We Feed the World
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Perché un pomodoro non ha il gusto di un pomodoro? Come si spiega che 200 milioni di persone in India, che fornisce l’80% del grano alla Svizzera, soffrono di malnutrizione? Perché migliaia di acri della foresta Amazzonica devono essere abbattuti per impiantare coltivazioni di soia? L’acqua è un bene comune a cui tutti hanno diritto oppure, come sostiene il presidente della Nestlé, una tipologia di cibo con un proprio valore di mercato? Un film sul cibo e sulla globalizzazione, su pescatori e coltivatori, sul flusso del cibo e su quello del denaro; un film sulla scarsezza delle risorse negate a molti e sulla contemporanea abbondanza destinata a pochi privilegiati. Uno sguardo sulla produzione del cibo che consumiamo, cercando le risposte che la fame nel mondo ci impone di dare.
Abbiamo iniziato la sceneggiatura nel 2003, assicurandoci i finanziamenti in tempi piuttosto brevi. Le riprese sono iniziate nel marzo 2004 e sono durate circa un anno per un totale di circa 84 ore di girato. Il mio modo di lavorare nell’avvicinarmi alle persone prevede un tempo lungo, per instaurare una relazione di fiducia. In genere è difficile che dicano subito quello che pensano. I contadini, soprattutto, si lamentavano delle strutture, dei prezzi e delle catene alimentari, ma non davanti alla telecamera. Agricoltori e produttori appartengono a due importanti catene alimentari qui in Austria, e sono terrorizzati dalle eventuali ritorsioni. Alla fine, il mio approccio ci ha aiutato. Non eravamo interessati a scoprire cosa fosse proibito, bensì ai meccanismi per cui le patate vengono trasportate da Monaco di Baviera a Trieste, lì marcate e poi spedite a Ratisbona, imballate e trasportate a Budapest per ricavarne patatine.
Lo sguardo del film sulla manipolazione del cibo è molto soggettivo. Per me la domanda centrale era: cosa ha a che fare tutto ciò con noi? I pomodori spagnoli, gli africani che li raccolgono… Cosa ha a che fare con noi il disboscamento della foresta pluviale? Lo slogan che caratterizza il nostro tempo è “profitto ad ogni costo” o “capitalismo predatorio”, come lo chiama Jean Ziegler.
La globalizzazione non è né buona né cattiva, la questione è come affrontarla. In questo film, l’esca è la produzione di cibo, ma il messaggio profondo ci dice che dobbiamo vivere diversamente. Perciò l’ho intitolato “NOI nutriamo il mondo”. Siamo tutti acquirenti di cibo, perciò abbiamo il potere di governare i consumi! Non vogliamo pomodori e fragole a Natale, non vogliamo che il cibo venga spedito a tremila chilometri di distanza. Non vogliamo che i nostri animali divorino le foreste pluviali brasiliane e sudamericane. Solo noi possiamo cambiare la rotta. Chi altro se no?
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