The Harvest
Diretto da
Gurwinder viene dal Punjab, lavora come bracciante nell’Agro Pontino e vive con il resto della comunità Sikh in provincia di Latina. Anche la mediatrice culturale Hardeep è indiana, ma nata e cresciuta in Italia parla con accento romano. Lei cerca di riscattare la fatica di una famiglia emigrata molto tempo prima, lui è costretto ad assumere sostanze dopanti per reggere i pesanti ritmi di lavoro e mandare i soldi in India. Due storie che si intrecciano nel corso di una giornata, dalle prime ore di luce nei campi alla preghiera serale presso il tempio. Il linguaggio del documentario si unisce alle danze punjabi, raccontando senza retorica l’umiliazione dello sfruttamento. Un duro lavoro di semina, il cui meritato raccolto, tra agognati permessi di soggiorno e buste paga fasulle, sembra essere ancora lontano.
Approfondimento
A proposito di The Harvest
La storia denunciata nel film è rappresentativa di un fenomeno che vede a capo aziende italiane e la grande distribuzione (Gdo) e che va oltre lo sfruttamento sul luogo di lavoro. Come testimoniato in numerose occasioni, i braccianti sono spesso vittime di atti intimidatori e spedizioni punitive da parte dei loro datori di lavoro ogni qual volta provano a chiedere quanto spetterebbe loro per contratto. Si capisce, dunque, come in questo sistema trovino posto anche le organizzazioni mafiose. Con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi” pubblicato nel 2014, la cooperativa In Migrazione ha denunciato che alcuni braccianti indiani vengono perfino indotti ad assumere sostanze dopanti come oppio, metanfetamine e antispastici per poter migliorare le prestazioni di lavoro in serra, a fronte delle numerose ore di lavoro.
«Molti di noi hanno dolori forti alla schiena, alle mani, al collo, agli occhi perché sul viso hai sempre terra, sudore e anche prodotti chimici e veleni. Ogni mattina la schiena sembra spezzarsi. Ma dobbiamo lavorare per forza. Se chiedo un giorno di riposo il padrone mi sostituisce con un altro bracciante. Sono sette anni che faccio questa vita. Alcuni indiani che lavorano con me prendono una sostanza, una o due volte al giorno, così smettono di sentire i dolori e non rallentano il ritmo, solo così saranno richiamati dal caporale il giorno dopo a lavorare».
Nell’autunno del 2016 in Italia è stata approvata una legge contro il fenomeno del caporalato (l.199/2016), ma nonostante l’intervento normativo ad oggi non si è ancora riscontrato un concreto cambiamento. Infatti, nonostante gli importanti arresti di caporali indiani e datori di lavoro italiani, migliaia di lavoratori e lavoratrici continuano ad essere vittime del caporalato e dello sfruttamento che si consuma tra le pieghe delle norme, come ad esempio buste paga e contratti di lavoro in regola per braccianti apparentemente regolari, dove però il lavoratore risulta impiegato per sole quattro giornate al mese a fronte delle trenta in realtà lavorate. Il resto delle ore di lavoro sono sommerse, segnate a matita su pezzi di carta, con costi orari lontani da quelli previsti dal contratto nazionale.
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