Une Histoire de vent
Diretto da
Un vecchio regista, il novantenne Ivens, raggiunge la Cina per coronare un sogno: filmare il vento. L'attesa tra le montagne libera suggestioni, immagini e sogni, fino a quando la magia scatenerà il vento, concretizzando pensieri e utopie di un'intera vita in un vero e proprio film-testamento, capolavoro dell'autobiografismo cinematografico. Il volto dell'anziano regista riappare con la stessa intensità e innocenza con cui aveva esordito tredicenne. È tutta la sua storia a tornare, il vento è allegoria di una poetica rigorosa, di una decisa prospettiva politica, della manifestazione continua della natura, di molteplici ideali che, inseguendo un'utopia, lo portano una seconda volta dopo Pour le Mistral, a filmare l'invisibile, a mutare la cultura e la società. Il paradosso è che Ivens è riuscito con questo film a trasmetterci tutto questo, e se non riusciamo ancora a vedere l'invisibile, cioè ad agire consapevolmente all'interno della società, sappiamo che il cinema di questo autore straordinario è ancora lì a dirci e a testimoniarci che tutto si può “vedere” e che le idee mantengono un'eterna infanzia, un'eterna possibilità di realizzazione. lo e il vento venne presentato al Festival di Venezia nel 1988 in occasione della consegna del Leone d'oro alla carriera e all'opera di Ivens.
«... sono nato nel paese del vento, così inizia il film.
Tenterò l'impossibile, domare il vento. Alla fine, sono più modesto. Il vento non è mai dove tu l'aspetti. Due volte mi ha respinto su una barella. Mi dimostrava che esiste una "zona proibita", come una zona proibita esiste per l'agopuntura, alla base del collo. Trent'anni fa, avrei detto: "sei pazzo". Oggi chiamo questo "liberare lo spirito".
Nel corso della mia lunga vita ho scoperto che la metafisica e il sogno sono una forma della realtà, che la metafisica è un ponte tra passato e futuro. La scienza non può tutto, essa fa solamente retrocedere una linea di demarcazione. Si può fare un bambino in provetta ma la spirale dell'umanità non si ferma mai, ci saranno sempre altri orizzonti.
Dietro ogni orizzonte ce n'è sempre un altro, e un altro ancora, dicono i cinesi. È vero. L'ho visto dalla cima di una montagna. E se vivi sulla cima dei tuoi sentimenti, l'orizzonte non è un limite. Se ti addentri in questo tema, il vento diventa metafisico. Uomo del nord, ho scoperto il maestrale allungato su di una spiaggia a Saint Tropez. L'ho visto lottare contro le nuvole, l'ho visto muoversi. Ho capito che il vento viene quando vuole, con la forza che vuole. È il vento docile, il vento geloso, il vento forte, il vento dolce. Porta la memoria dei suoni, e tutte le canzoni, della vita e della morte, del dolore, della schiavitù e della libertà. Pour le mistral è una sinfonia incompiuta di cui sono un po' infelice. Avevo ancora una parola da dire. Sono andato a vedere come i pittori hanno tentato di dominare il vento, come Botticelli l'ha inquadrato. lo non ho l'angoscia del quadro, posso mostrare ciò che avviene intorno. Posso aprire. Posso andare a trovare un vecchio contadino-scultore, intrattenermi con lui, e poi scoprire altre cose, legate alla poesia, alla leggenda. Utilizzo le due forze cinematografiche, sono nel no man's land, sento il cannone delle due parti. Mi sento di nuovo nell'avanguardia quando sono giovane e filmavo la pioggia...»
(Joris Ivens)
Approfondimento
A proposito di Une Histoire de vent
Ivens, seduto sulla sua sedia attende di vedere all'opera il vento, quasi ossessionato dall'eventualità di una visione al limite delle possibilità. La tensione lo fa crollare e viene colto da malessere. Qui rivela un'attrazione ansiosa per il limite, per l'inaudito, per ciò che non è stato mostrato ancora: l'occhio del cineasta è catturato dalla possibilità di scoprire nuove immagini, nuova materia di rappresentazione.
lo e il vento è una riflessione sul cinema, l'immaginario e la vecchiaia. All'età di novant'anni, poco prima di morire, Ivens ci dà un'opera straordinaria per originalità e freschezza inventiva.
L'uomo anziano si interroga sul futuro linguistico del cinema ed è sorprendente che questo venga da uno che è stato soprattutto un documentarista. Una testimonianza di questa pratica viene recuperata all'interno del film – si tratta di alcune immagini del conflitto cino giapponese, girate nel '38 –, ma probabilmente il regista si rende conto che i tempi sono cambiati. La facilità con cui oggi si può accedere a qualsiasi evento, in qualsiasi parte del pianeta e del cosmo, hanno ridotto a zero la fascinazione del cinema, così come hanno spento l'immaginazione. Ivens è cosciente di tutto ciò, utilizza immagini di repertorio, lavora sul rapporto parola-immagine, intervista le persone come in un cinegiornale di attualità, mette in scena la leggenda dei dieci soli, viaggia sulla luna in compagnia di Méliès. Non disdegna neppure di ricorrere al falso, quando il responsabile del museo gli nega il permesso di organizzare i tempi delle riprese, come non rinuncia all'ironia e al paradosso quando fa muovere le statue dei guerrieri.
Per inquadrare la Cina di oggi entra in un teatro di posa dove un quiz televisivo sembra un film prodotto dal regime. Sulla luna tra sagome di cartapesta e stelle artificiali, Ivens disquisisce con la donna dell'arciere dei dieci soli sulla mancanza di vento. Passa senza trucco attraverso alcuni accorgimenti della finzione cinematografica come un illusionista ormai disincantato.
Nel deserto una vecchia, con la magia, finalmente scatena un vento che non si ferma più e che costringe il regista ad abbandonare la sua posizione e a porre fine alle riprese.
Gli apparecchi registrano la presenza del vento solare, del vento elettrico: gli scienziati usano quella parola per indicare fenomeni invisibili alla percezione umana. Il poeta vi vede la fugacità delle cose Ivens vi scorge l'irreversibilità del tempo, il viaggio in un'atmosfera sempre mutevole, le nubi che variano di continuo, il sollevarsi della sabbia, l'agitarsi dei capelli grigi, sono prove del tempo che scorre. Le immagini e l'attesa di Ivens, come il suo tentativo di aprire uno sguardo sull'impossibile appartengono già al passato.
(Alberto Signorelli da "Cineforum" n° 296-1990)
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