La vita tra le nevi della regione Nunavik, nell'Artico Canadese, vista attraverso gli occhi e le parole degli Inuit, la popolazione che da secoli abita queste terre inospitali eppure affascinanti, con un'attenzione particolare alle loro emergenze quotidiane: le difficoltà nella caccia e nelle altre attività tradizionali, la progressiva dipendenza economica dal potere politico centrale, la crisi di identità culturale, ma, soprattutto, i profondi cambiamenti portati dall'innalzamento delle temperature (3-4 gradi negli ultimi 50 anni), dovuti al global warming, una minaccia mortale per gli Inuit, che nel corso dei secoli hanno sviluppato un rapporto totalmente simbiotico con l'ambiente che li circonda, e per tutto un ecosistema basato su fragili equilibri.
La terra degli Inuit si sta sciogliendo
«Nove differenti istantanee dell'Artico sia in inverno che in estate. Abbiamo voluto, nella costruzione, farci suggestionare dal film di Altman America Oggi. II taglio quindi non sarà da documentario ortodosso e la narrazione sarà quasi invisibile. Un bambino del posto [...] introduce i protagonisti. Noi li seguiamo nelle loro attività. [...] Lasciamo esclusivamente la parola agli Inuit. La scelta non è ideologica, ma strategica, perché le popolazioni artiche hanno un punto di osservazione privilegiato sui cambiamenti climatici visto che le loro attività sono intimamente connesse all'ambiente».
Approfondimento
A proposito di Melting lands: a cultural climate change
Inuit: allarme dai confini della terra
In occasione dell'Anno Polare Internazionale (IPY), l'11° CinemAmbiente – Environmental Film Festival dedica particolare attenzione alle problematiche ambientali circumpolari, promuovendo un focus di approfondimento che vedrà protagonista il popolo Inuit, vittima e testimone del grandi cambiamenti climatici e dello sfruttamento delle risorse naturali. Le popolazioni autoctone dell'Artide, quali Inuit, Evenchi, Jacuti, Nency, Sami, Itel'meny, Nivkgi e molti altri, sono state tra le prime a subire le pesanti conseguenze che il riscaldamento globale ha causato all'ambiente e ci mettono in guardia dai pericoli derivanti dai cambiamenti climatici nelle regioni artiche. Il nostro pianeta, nel corso della sua storia (quattro miliardi e mezzo di anni), ha sempre avuto un'alternanza ciclica e naturale di periodi glaciali e di cicli con temperature piú miti, i cui effetti positivi hanno favorito lo sviluppo di nuove civiltà. Per esempio, condizioni climatiche favorevoli hanno permesso lo sviluppo della civiltà in generale, e in particolare di quella dell'Egitto, della Mesopotamia, dell'India e della Cina. La colonizzazione dell'estremo Nord, all'inizio dell'Olocene (circa 10.000 anni fa) con l'arrivo dell'Uomo Moderno, è avvenuta durante un periodo interglaciale, con la conseguente riduzione dei ghiacciai e dell'Inslandsis e lo sviluppo progressivo del "Gulf Stream" (corrente del Golfo) che ha consentito l'aumento della produttività marina. L'innalzamento della temperatura ai Poli, il conseguente miglioramento della redditività del mare, una maggiore estensione delle aree coltivabili, lo sviluppo della vegetazione e la possibilità di allevare ovini, caprini e bovini anche nelle zone più fredde del Pianeta, ha migliorato le condizioni di vita delle popolazioni circumpolari e diminuito il consumo energetico per il riscaldamento. L'allarme destato dalle attuali problematiche di surriscaldamento e di instabilità climatica è dovuto al modo repentino in cui i fenomeni si stanno manifestando, non siamo in presenza di cicli naturali, ma presumibilmente degli effetti nefasti dell'attività umana. Le conseguenze dell'ingerenza dell'uomo sui cicli vitali della Terra potrebbero durare per molto tempo e al momento non siamo in grado di valutare appieno l'impatto sociale e ambientale, ma solo di osservarne e studiarne l'evoluzione e di constatarne i danni. I poli, ecosistemi mutevoli, sono le regioni più fredde della Terra e anche le più minacciate. Essi risentono in particolar modo dei cambiamenti climatici, del surriscaldamento della terra e della riduzione dello strato di ozono, causati principalmente dall'utilizzo di combustibili fossili che provocano l'aumento delle emissioni di gas a effetto serra nocive all'ambiente. Gli studiosi hanno constatato un forte aumento della temperatura media dell'aria e dell'acqua, un'importante riduzione del ghiaccio e un incremento del livello dei mari. Indipendentemente da quanto riusciremo a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, il riscaldamento globale e l'innalzamento dei mari continueranno per secoli e influenzeranno la vita sulla terra, non solo nelle aree polari, considerate più fragili, ma su tutto il pianeta. Nell'Artico, a causa dell'aumento del livello degli oceani e dell'instabilità del clima, i ghiacci che d'inverno proteggevano le coste si formano, oggi, molto avanti nella stagione invernale, esponendo numerosi villaggi alle violente tempeste dell'Oceano Artico. Molte case vengono distrutte dalle maree, altre devono essere abbandonate. Ad esempio, i villaggi di Shishmaref e Kivalina in Alaska stanno lentamente scivolando in mare, poiché, a causa della riduzione del ghiaccio marino, essi sono molto più colpiti dai venti che provocano un'erosione del suolo accelerata. La situazione è talmente grave che i trecentonovanta abitanti di Kivalina hanno deciso di denunciare alcune grandi compagnie petrolifere, considerate responsabili del disastro: il pianeta si sta riscaldando a causa delle emissioni di gas serra, dunque è per colpa dei petrolieri che si stanno sciogliendo i ghiacci del Polo nord. Questa sfida, lanciata ai giganti del petrolio dagli Inuit, è la prima causa mai intentata negli Stati Uniti per reato di "Global Warming". La legge non lo prevede, ma i legali del villaggio di Kivalina hanno deciso di procedere, sostenendo che, se il ghiaccio intorno alla loro piccola isola si sta sciogliendo, è colpa di quattro compagnie petrolifere e di quattordici aziende di elettricità americane che producono un'enorme quantità di gas serra: i danni, di tale portata da mettere a rischio la vita dell'isola, sono accertabili e dimostrabili. A causa dello scioglimento del ghiaccio marino, destano particolare preoccupazione anche i tentativi di alcune nazioni che si affacciano sulle regioni artiche di estendere le loro zone di influenza per assicurarsi i profitti delle risorse naturali, oggi protette dalla calotta polare. In effetti, secondo le convenzioni internazionali, la sovranità delle aree marittime è data dall'espansione dello zoccolo continentale, che con lo scioglimento del ghiaccio aumenterebbe. Oltre alle risorse naturali, i paesi limitrofi alle regioni artiche sarebbero interessati anche ai consistenti banchi di pesci e di granchi e alla possibilità di aprire nuove vie marittime libere dal ghiaccio nel nord del Canada e della Russia con grandi risparmi per il trasporto di risorse energetiche e di merci. Alcuni governi occidentali e le multinazionali del petrolio tenteranno sicuramente di approfittare dei cambiamenti climatici per sfruttare economicamente le regioni artiche, danneggiando l'equilibrio socio-ambientale delle oltre 400.000 persone appartenenti alle popolazioni autoctone circumpolari. I cambiamenti climatici sono anche responsabili delle variazioni nell'equilibrio naturale di fauna e flora artiche e sub-artiche. Per esempio, molte mandrie di alci, caribú (renna canadese) e renne hanno dovuto modificare le antiche vie di migrazione alla ricerca di nuovi pascoli e hanno sempre più difficoltà a trovare cibo a causa dell'assottigliamento della crosta di ghiaccio. Foche, leoni marini e orsi polari soffrono ormai per la mancanza di nutrimento e sono a fortissimo rischio d'estinzione. Anche il patrimonio ittico è in calo, con la conseguente rilevante riduzione di una delle principali fonti alimentari di decine di migliaia di popoli autoctoni. L'assottigliarsi del ghiaccio compromette anche la riproduzione e la sopravvivenza del cuccioli di specie animali quali le foche e gli orsi polari. L'innalzamento della temperatura sta modificando la linea subartica della vegetazione, che sta lentamente avanzando verso nord, introducendo nell'Artico le specie animali e vegetali che vivono nelle foreste. Ad esempio, l'orso nero del Nord America, detto anche orso "baribal", sta gradualmente occupando l'habitat dell'orso polare, mettendone a rischio la sopravvivenza. Lungo le coste della Baia di Ungava, si è persino visto il tarassaco (taraxacum officinalis), una specie vegetale ben conosciuta in Italia! Le nuove specie animali e vegetali hanno in parte occupato le nicchie ecologiche artiche, riducendo le risorse delle specie autoctone che dovranno adattarsi alle nuove condizioni ambientali, pena la loro sopravvivenza. Le nuove specie non sono ancora entrate nella cultura e nella tradizione inuit e non fanno parte della quotidianità di questo popolo, non hanno ancora un termine inuktitut (lingua parlata dagli Inuit), ma sono conosciute solo con i termini scientifici inglesi o latini. Gli animali, per gli Inuit, sono dei riferimenti importanti perché, oltre a usarne le pellicce e a mangiarne la carne, essi sono simboli di vita e hanno proprietà magiche e sciamaniche. Il loro arrivo ciclico nelle aree polari indica un cambiamento di stagione, di temperatura e soprattutto la possibilità di sopravvivenza. Gli effetti dei cambiamenti climatici, oltre a influenzare la fauna e la flora, stanno modificando anche la tipologia del ghiaccio, che in inuktitut può essere definito in oltre 40 modi, in funzione della consistenza, della direzione del vento che lo trasporta, che sia ghiaccio marino, ghiaccio d'acqua dolce oppure neve. Sempre più spesso, gli Inuit rischiano la vita, quando camminano sulla banchisa, poiché non sono più in grado di riconoscere la tipologia del ghiaccio (consistenza, spessore, ecc.). Anche il vento non è più un punto di riferimento e non può essere d'aiuto per prevedere il tempo: può succedere che un vento da sud, normalmente indicatore di bel tempo e di scioglimento del ghiaccio, porti addensamenti di nuvole e condizioni di tempesta e viceversa. A essere minacciati non sono solamente flora, fauna e popolazioni Artiche. Senza ghiaccio, e conseguentemente senz'acqua, la terra non può sopravvivere. Proprio per questa ragione è importante concentrarsi sul ruolo vitale delle regioni polari, barometri del clima mondiale, per ampliare le conoscenze sulle ripercussioni dei cambiamenti climatici. Esplorando i Poli, durante l'Anno Polare Internazionale, i ricercatori coinvolti tenteranno di recuperare le tracce del passato nelle profondità dei ghiacci, di spiegare la presenza della vita e l'adattabilità in situazioni estreme o ancora di illustrare la relazione tra la superficie dell'oceano e l'atmosfera. Un apporto notevole nella salvaguardia dell'ambiente polare e delle sue risorse viene dagli Inuit e da molti popoli circumpolari che, nonostante le scarse risorse in cui si è sviluppata la civiltà iperborea, hanno imparato a vivere in armonia con la natura violenta, amandola e rispettandola. Dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, gli Inuit, come molti altri nomadi circumpolari, sono diventati stanziali adottando un sistema di vita più "moderno". Pur adattandosi alle nuove tecnologie, sono rimasti profondamente legati all'ambiente che li circonda e si stanno battendo per difenderlo. Nei villaggi e nelle comunità del Grande Nord, numerose iniziative sono state avviate per mantenere la continuità con i valori tradizionali, perché i cosiddetti popoli del ghiaccio continuino ad avere un ruolo importante nel modo in cui si riconoscono e si definiscono. Lo spazio dedicato agli Inuit durante I'XI Festival CinemAmbiente sarà quindi l'occasione per dare voce a tutti i popoli circumpolari la cui sopravvivenza dipende dall'integrità delle risorse naturali e dell'ambiente.
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