Il pianeta azzurro
Diretto da
Il passo che apre il film, dal De Rerum natura di Lucrezio, rievoca la rinascita dal freddo dell'inverno, poi lentamente rumori, voci, suoni, la crescita dell'erba e la rinnovata presenza della natura, l'accoppiamento e la riproduzione degli animali e degli uomini. Si arriva così all'estate, ai cori dei contadini al termine della cena e ai canti dei grilli. I vecchi vegliano e una ragazza piange, passa così la notte e al mattino animali e uomini sono pronti al lavoro. Il ritorno del gelo è preceduto dal litigio di due contadini, ma dopo l'inverno la vita è nuovamente pronta a rinascere.
«Nel 1978, il gruppo Agosti-Bellocchio-Rulli-Petraglia aveva fatto per RaiDue La macchina cinema che mostrava come, fuori dalle sedi istituzionali, esistessero autori liberi, indipendenti. Agosti, che è bresciano, conosceva i miei cortometraggi, che furono inseriti nel programma. Così l'allora direttore di Rai2, Massimo Fichera, propose di farmi nuovamente lavorare. Silvano Agosti colse l'occasione e mi portò un'Arriflex 35 mm e una moviola, forzando le mie paure e ritrosie. Facessi quel che volevo. E io volevo rifare Stagioni, che era rimasto il mio primo amore: le piante, le pietre, le acque, le geometrie dei ghiacci, il mistero del mondo inorganico che ci circonda, la continuità tra non vita e vita. Ovviamente con un discorso articolato, inserendo le mie letture naturalistiche e scientifiche, i ricordi classici, Democrito, Lucrezio, la loro visione organica della materia, e una composizione complessa che usasse i miei interessi pittorici e musicali».
«Sono partito con l'idea della durata di lungometraggio e di un uso esclusivo di sensazioni visive, di suoni e rumori naturali. II lavoro "sul campo" rientrava, però, in un disegno espressivo preciso. Volevo portare avanti tre piani narrativi. Da un lato, il percorso di un giorno dall'alba al tramonto. Il pianeta azzurro si apre con il mattino e si chiude con il crepuscolo e le nebbie. Ma, anche, l'estate corrisponde al meriggio, la primavera con l'alba, l'inverno con il primo mattino, e l'autunno con il tramonto. Volevo dare, cioè la sensazione del passaggio di un anno. Quindi: sovrapposizione di due piani narrativi, di due piani temporali: un giorno, un anno. Nello stesso tempo, volevo suggerire il tempo cosmico. Appunto, il trascorrere dei millenni, l'ipotesi del tempo dilatato che abbiamo, senza riuscire ad affermarla perché ci smarriamo. Non abbiamo i necessari parametri, però ne abbiamo il sentimento, la sensazione o almeno il bisogno. Questa era la struttura di fondo.
Non sono uno scienziato, né voglio essere un documentarista. Quando c'è la battaglia tra il ragno e la libellula, gli stridii, molto acuti, quasi dolenti non sono i loro, ma quelli di un pavone. Perché per quanto tu usi un microfono potentissimo, mai capteresti degli stridii "autentici" di quel tipo. Cerco di esprimere certe cose con i mezzi che ritengo più funzionali e coerenti con il discorso di fondo e un'etica di fondo. Con il ricorso a quella sonorità, a quel "dialogo", mi premeva esprimere una situazione di aggressore e aggredito.
Così come poi, portando al parossismo un procedimento, per sottolineare l'aggressività umana, ho tagliato alcune sillabe alle urla dei contadini che litigano. Non sono comprensibili: contava la loro espressività sonora. Va aggiunto che tutte le situazioni umane del film non sono situazioni documentaristiche in senso stretto, ma sono ricostruzioni. Nessuno di quegli uomini, di quei contadini è stato colto dal vero. Tutti si sono prestati a ripetere i gesti della loro stessa vita o a interpretare situazioni che non gli appartenevano. C'è stata da subito una connessione della tecnica documentaria e di quella della fiction. Esiste, a mio parere, una situazione di continuità fra un genere e l'altro, anche se le industrie cinematografiche impongono paratie. A volte la scelta deve essere precisa, in altre occasioni può sconfinare continuamente da un canale all'altro, senza neppure porsi il problema. Non era un problema se stessi facendo un documentario o un film a soggetto o una fiction di fantascienza o di poesia o di scienza: il solo problema era quello di trasmettere questa mia piccola filosofia, questa esperienza di vita, di storia».
«L'Enciclopedia Einaudi, alla voce paesaggio afferma: "natura vista attraverso una cultura", lo penso che sia una definizione interessante, anche se è la sintesi di una visione. lo parto dalla considerazione che la distinzione tra natura e cultura è una distinzione relativa, perché anche la cultura è un prodotto naturale. La natura già di per sé modifica il paesaggio, attraverso l'evoluzione geologica, i terremoti, le erosioni ecc., e la natura ha prodotto anche l'evoluzione dal mondo inorganico al mondo organico, fino ad arrivare all'uomo, che è un prodotto naturale esso stesso, uno dei prodotti naturali che continuano a modificare la natura in modo profondo.
Quindi, per me, non c'è una netta distinzione tra natura e cultura perché la cultura è una manifestazione della natura. È vero però che per semplicità, e per un'incapacità della nostra mente e del nostro linguaggio, per comodità, manteniamo la distinzione tra i due termini. Direi che il paesaggio è dato dalla natura modificata dalla cultura, è una sintesi tra cultura e natura. Ne il pianeta azzurro indubbiamente c'è paesaggio. Anzi direi che c'è proprio questo paesaggio in particolare: il passaggio da un paesaggio naturale in senso stretto ad uno antropizzato e culturale. Le prime inquadrature sono immagini sul ghiaccio che vogliono anche, nella loro ambiguità, richiamare immagini di galassie. Si parte dal mondo inorganico per passare a quello vegetale, poi animale. Siamo all'interno di ciò che si intende per natura, solo quando interviene l'uomo parliamo di cultura. Non a caso mostro l'uomo nel momento in cui introduco nel film l'agricoltura, cioè una modificazione umana dell'ambiente...»
(Franco Piavoli)
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