Wira Pdika/Matira Poko, Company Loko

Diretto da

Girato nel corso di ripetute spedizioni nelle aree più remote dell’Orissa, abitate dalle tribù Baiga e Khond, questo lavoro è frutto di una relazione di profonda intimità che gli autori (tra l’altro fratelli) hanno stabilito con le popolazioni. Fa da voce-guida Bhagavan Majhi, uno dei leader del movimento contro la miniera di alluminio di Kashipur, dove nel 2000 parecchi indigeni morirono sotto il fuoco delle forze dell’ordine. La resistenza continua sempre più dura, con l’ingresso nell’area ricca di bauxite di industrie potenti e aggressive: Mittal, Posco, e soprattutto la multinazionale Vedanta, che nel più totale sprezzo delle leggi e delle obiezioni espresse dalla stessa Corte Suprema dell’India, ha già occupato la sommità del Bapla-Mali, una montagna che i tribali venerano come sacra. Apre e chiude il film il canto ipnotico di Salo Majhi, che ammonisce: “Non riesci a vedere il pericolo? / Ciò che oggi tocca a noi / toccherà a te domani / nessuno è salvo...”

Titolo tradotto
[Verme di terra, uomo di miniera]
Genere
Documentario
Paese
India
Anno
2005
Durata
120'
Lingue
Kui
Approfondimento

A proposito di Wira Pdika/Matira Poko, Company Loko

India. Il costo della crescita. Il caso Jharkhand

Nel 2002 CinemAmbiente ospitò nella sezione Global Vision, “Immagini dall’India”, una video-documentazione completa sul caso “Narmada”, il progetto di sviluppo idroelettrico più ambizioso – ma a conti fatti devastante – che una nazione abbia mai concepito su un singolo fiume. 

Furono nostri ospiti in quell’occasione, oltre agli autori dei filmati (unica memoria rimasta di territori ormai scomparsi dalla geografia dell’India), anche Nandini Oza in rappresentanza del glorioso Narmada Bachao Andolan (il movimento anti-dighe che per 20 anni ha continuato a combattere nella speranza di preservare il sacro fiume) e Arundhati Roy grazie al cui personale e militante impegno la vicenda del fiume Narmada (a differenza di altri non meno devastanti e insostenibili interventi di sviluppo) è diventato per l’appunto un “caso”: in grado di generare una tale mole di dati e contributi, da rendere possibile se non altro una riflessione sull’insostenibilità delle Grandi Dighe.

Mentre il “caso Narmada” sta purtroppo avviandosi al suo capitolo conclusivo dopo i devastanti monsoni di quest’estate, CinemAmbiente rivolge di nuovo il suo obiettivo sull’India, paese come è noto in rapidissima crescita, per raccontarne l’altra faccia, non ugualmente entusiasmante. Sotto esame in particolare una regione, il Jharkhand, che nel suo contrasto tra ricchezza (il 40% delle risorse minerarie dell’intero sub-continente) e povertà (il 53% della popolazione censita come BPL, sotto la soglia della povertà) può considerarsi un eclatante e quanto mai significativo paradosso.

A differenza del “caso Narmada”, la situazione del Jharkhand non è mai diventata un “caso”, e anzi, persino in India risulta piuttosto ignorata o irrilevante sotto il profilo mediatico. Geograficamente e culturalmente lontano, per secoli “protetto” nella sua fitta giungla (Jharkhand significa infatti “terra di foreste”), decisamente alla periferia rispetto al complesso gioco politico dell’India post-coloniale anche dopo l’autonomia concessa nel novembre del 2000, questo neo-stato è balzato improvvisamente alla ribalta delle cronache economiche e politiche un anno fa per due essenziali motivi: - da una parte un “positivo” rapporto della Mc Kinsey, che nel rilevare la straordinaria ricchezza mineraria del suo sottosuolo, in particolare carbone e ferro, ne raccomandava le “formidabili potenzialità” sotto il profilo dell’investimento diretto; - dall’altra, e collegata alla gold rush che è subito seguita tra i più grossi players dell’Industria estrattifera mondiale, la crescente militanza naxalita nelle sue foreste. Già nel mese di febbraio ben 16 distretti su 22 risultavano inaccessibili alle forze dell’ordine.

Una situazione dunque di indubbia anomalia e tensione sotto il profilo politico, ambientale e dei diritti umani, che lo stesso Primo Ministro Manmohan Singh ha recentemente riconosciuto come “il più grave problema interno” dell’India di oggi; e che Daniela Bezzi, giornalista e ricercatrice, ancora una volta curatrice di questa sezione, ha avuto modo di esplorare durante un recente soggiorno-studio.

Documenti, interviste, foto, video: Daniela Bezzi è tornata da quelle aree con un bagaglio di notizie per nulla edificanti circa il rapidissimo sviluppo indiano e traboccante piuttosto di inquietanti interrogativi: Chi paga e quali sono gli scompensi di questa “formidabile crescita”? Di quali opportunità parliamo quando proiettiamo su quel tipo di scenari le nostre aspettative di “partecipazione”: opportunità di reale contributo rispetto alle obiettive difficoltà del processo di modernizzazione, o piuttosto di saccheggio? Fino a che punto siamo coscienti o possiamo ignorare il disastro sociale e ambientale che inevitabilmente corrisponde a ritmi di crescita troppo accelerati? In che misura possiamo aderire a questo “progetto” di crescita e condividerne l’inevitabile volano speculativo; o adoperarci invece per una crescita più graduale e “governata”?

Attivismo

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