Gitmo

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Gitmo, nome che l'esercito americano ha dato alla base di Guantanamo, è l'ultimo documentario del pluripremiato Erik Gandini, che con Tarik Saleh è andato a Cuba per capire cosa stia realmente succedendo là. Creata nel 2002 nel bel mezzo della guerra globale contro il terrorismo, voluta dagli Stati Uniti, la prigione di Guantanamo rinchiude a tempo indeterminato senza processo, nè avvocati, 637 detenuti di 43 paesi. I registi sono accolti dal sottotenente Moss che li guida in un tour della prigione dove tutto sembra funzionare. Ma la curiosità dei registi andrè oltre...

Titolo tradotto
Gitmo - Le nuove regole della guerra
Genere
Documentario
Paese
Svezia
Anno
2006
Durata
75'
Casa di produzione
ATMO, Zentropa Real ApS
Lingue
Svedese
Note di regia
Note di regia

«Non siamo giornalisti, siamo filmmakers. Il giornalismo oggi è vittima del proprio professionismo, c'è una sorta di ossessione per i fatti e per le interviste standardizzate. Attraverso questo film di 80 minuti, abbiamo voluto riconquistare le verità perdute nell'eccesso di informazione: la realtà di esseri umani detenuti e interrogati su un'isola senza leggi. (...)».

Approfondimento

A proposito di Gitmo

Il panorama dei diritti umani nel mondo presenta una preoccupante situazione di diffuse violazioni, di guerre dimenticate e crisi umanitarie irrisolte, con decine di migliaia di vittime e rifugiati.

All'interno di questo quadro non incoraggiante, due sono i temi di particolare attualità e gravità su cui questa sezione del festival CinemAmbiente 2007 si è voluta soffermare. Da un lato la "guerra al terrore", che meglio di qualsiasi altro fenomeno simboleggia la mondializzazione delle violazioni dei diritti umani in corso, dall'altro i 40 anni di occupazione del Territori palestinesi.

Dopo l'11 settembre 2001, l'obiettivo di garantire la sicurezza contro il terrorismo ha indotto molti paesi a introdurre misure restrittive che permettono nuove forme di riduzione delle libertà fondamentali. Purtroppo, però, oggi il mondo non solo non è più sicuro, ma si sono al contempo progressivamente smantellati i sistemi di protezione e tutela dei diritti umani.

Allo stesso modo, il conflitto in Iraq, che si proponeva di neutralizzare una dittatura e "portare la democrazia", ha originato morte, violenza e instabilità nel paese.

Dall'Iraq arrivano notizie ogni giorno, ma in pochi conoscono ciò che succede veramente in quel paese occupato dalle forze straniere e martoriato dai conflitti interni, al di là delle immagini di quotidiano orrore che vediamo in televisione. “My Country My Country” analizza l'Iraq delle prime elezioni post Saddam attraverso gli occhi di un medico sunnita, esplorando spaccati di vita quotidiana e i tentativi di ricostruzione della società civile.

Se questa sezione del festival cerca di mettere in luce le contraddizioni e le crudeltà che la politica della "guerra al terrore" ha scatenato, non poteva mancare uno del luoghi che ne è diventato l'emblema: Guantánamo, “Gitmo” inizia con una visita dei registi al centro di detenzione, organizzata dallo stesso esercito americano. Il loro documentario nasce dal caso di un giovane cittadino svedese di origine algerina, arrestato in Afghanistan e successivamente trasferito a Guantánamo, dove oggi si trovano ancora rinchiuse circa 400 persone di 35 nazionalità diverse.

Altre 10.000 si ritiene siano ancora sotto custodia statunitense in carceri e campi di prigionia situati negli stessi Stati Uniti, in Iraq e in Afghanistan. Un numero imprecisato di persone si troverebbe in centri segreti di detenzione. Sono le vittime del programma di "extraordinary rendition" lanciato dalla CIA, in base al quale gli USA e altri governi – con il coinvolgimento anche di paesi europei tra cui l'Italia – hanno arrestato illegalmente migliaia di persone, trasferendo molte di esse con voli segreti verso Paesi terzi, dove sono andate incontro a ulteriori violazioni dei diritti umani, compresa la tortura. Questa pratica illegale è rimasta quasi completamente avvolta nel mistero fino al 2006, quando è stata denunciata in un rapporto di Amnesty International. “Outlawed”, realizzato da Witness, organizzazione americana che utilizza il video come strumento principale per la difesa dei diritti umani, racconta i casi di due persone sopravvissute all'esperienza delle "extraordinary renditions".

Fra gli esempi inquietanti di come le crescenti paure per la sicurezza nazionale hanno ridotto lo spazio per la tolleranza e il dissenso, e di come si può essere incarcerati per anni senza accuse fondate solo a causa delle proprie idee, vi è il caso raccontato dalla regista norvegese Line Halvorsen in “USA vs Al-Arian”. Sami Al-Arian, palestinese da anni residente e docente universitario negli Stati Uniti, attivista per la causa palestinese, è accusato di essere un terrorista islamico ed è incarcerato da oltre quattro anni senza una dichiarazione di colpevolezza a suo carico. Palestinese è anche Alia Arasoughly, regista e organizzatrice del Shashat's Women's Festival in una recente intervista dichiarava: "In Palestina non c'è pace, non c'è libertà, è come stare in prigione: vivere in Palestina significa avere una vita piccola, ogni giorno più piccola”. 

Israele occupa dal 5 giugno 1967 i territori palestinesi della Cisgiordania della striscia di Gaza e di Gerusalemme Est. Quattro decenni di presenza militare hanno avuto un impatto durissimo sulla vita quotidiana di milioni di palestinesi. L'incessante espansione degli insediamenti israeliani sulle terre occupate priva la popolazione palestinese di risorse determinanti e la obbliga a una serie di misure che confinano i palestinesi in enclave frammentate, ostacolando il loro accesso al lavoro e ai servizi sanitari ed educativi.

La costruzione di una barriera di sicurezza di 700 chilometri che viene costruita in buona parte all'interno della Cisgiordania e attraverso l'esproprio di terre palestinesi, a dispetto della Corte internazionale di giustizia, sta separando città e villaggi palestinesi in Cisgiordania, e sta privando i contadini delle loro terre e della loro agricoltura. Il movimento dei palestinesi è fortemente limitato anche da altre restrizioni, tra cui oltre 500 posti di controllo e blocchi stradali e un complicato sistema di permessi. Questo può diventare talvolta questione di vita o di morte: donne in travaglio, bambini malati o vittime di incidenti che si stanno recando in ospedale sono costretti a fare lunghe deviazioni e ad affrontare ritardi che possono costar loro la vita.

La complessa realtà dell'occupazione ha dato vita a una ricca esperienza documentaria che comunica la condizione individuale e collettiva di questa drammatica vicenda storica. Per i registi palestinesi il cinema non è solo una forma di intrattenimento, è un importante veicolo per raccontare e non dimenticare. Sono molti anche i registi israeliani che esprimono attraverso i loro film la loro opposizione all'occupazione, come hanno dimostrato 40 registi israeliani con la lettera inviata ai loro colleghi libanesi e palestinesi in occasione della Biennale del cinema arabo a Parigi nel 2006, dove annunciano di voler continuare a esprimere il loro "desiderio di libertà, giustizia e uguaglianza per tutti i popoli della regione".

Chiaramente vi sono esperienze diverse, che offrono sfaccettature, approcci e stili di narrazione differenti. Attraverso lo sguardo di alcuni registi, la maggior parte di essi nati dopo il 1967, il tema dell'occupazione e del muro ci fa riflettere sul significato di casa e patria, come nell'estetico ed evocativo “Alsateh” di Kamal Aljafari, o in “East to West”, dove Enas Muthaffar ci racconta la durezza del dover lasciare la propria abitazione; oppure ci mostra lo spaesamento in bianco e nero di Akram Safadi di fronte al sorgere improvviso del muro che non permette più di muoversi nel proprio quartiere, in “Palestine… Hot and Dusty Day”. Ma un altro tema vuole essere un riferimento altrettanto forte in questa selezione di documentari: la volontà e la tenacia nel cercare forme di convivenza e solidarietà. In “After The Last Sky” di Alia Arasoughly l'alleanza di tre donne, due israeliane e una palestinese, cerca di far tornare nelle loro case la popolazione di un villaggio distrutto. “Bil'in Habibti”, di Shai Carmeli Pollak, racconta la resistenza contro il muro che vede movimenti di attivisti israeliani affiancare gli abitanti del villaggio palestinese di Bil'in, resistenza che proprio recentemente ha registrato un'importante vittoria: una sentenza dell'Alta Corte di Giustizia israeliana ha deciso che il percorso della barriera di sicurezza debba essere modificato e spostato all'esterno del villaggio di Bil'in.

Attivismo

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