Storie della Terra del Fuoco
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Un reportage sulla Terra del Fuoco, che non è solo natura incontaminata e grandi spazi da esplorare, ma anche storia delle città, dei paesi e degli uomini che li abitano. Questo viaggio ci porta a conoscere gli antichi indigeni, ormai completamente estinti; i salesiani che, credendo di aiutarli, altro non fecero che accelerarne la scomparsa; gli italiani che vi emigrarono a migliaia e tutti gli altri singolari abitanti di questa terra ai confini del mondo.
«Andai a prendere un aereo per il fondo della Patagonia. Ci sono giorni in cui si vuole mettere una distanza fra sé e la storia, e riparare nella geografia. La geografia, per me, era la Patagonia. In un certo senso mi sbagliavo. Andavo verso condor e crani...
In aereo di linea, si sa, non bisognerebbe viaggiare. Qui ciò che si sorvola – che si annulla – è l'intera Patagonia, fino alla Terra del Fuoco. La Patagonia è una larga mappa giallastra con un gigantesco indio rosso e seminudo appoggiato al suo arco: non avrei visto molto di più dall'oblò, e dunque lo cedetti senza rimpianto alla giovane madre che andava a Ushuaia a lavorare per una stagione. La bambina si chiamava Caterina, mi notificò con le dita di mezzo i suoi tre anni. Aveva paura solo di volare sopra l'acqua. Guardava l'immensa spianata di acqua marrone del Rio de la Plata e stava per piangere. "Quella è terra", disse la madre. Poi volammo sopra le nuvole, e questo tranquillizzò Caterina. "Sotto c'è la terra", disse la madre. La hostess mi offrì la "Nación". Lessi che allo zoo di Buenos Aires una giraffa era morta soffocata da un sacchetto di plastica. Sopra la penisola di Valdés il cielo era sgombro, e si distingueva la striscia opaca in cui l'oceano lambiva la terra. Le balene franche avevano appena partorito a Puerto Madryn, ma erano troppo piccole per l'occhio nudo. Quando cominciammo la discesa su Rio Gallegos, Caterina guardò dal finestrino il deserto di terra giallastra e secca e dichiarò: "Acqua sporca". Ma no; la corresse sua madre, è la terra. "É acqua sporca", ribadì fermamente Caterina. Attorno all'aeroporto erano tuttavia fiorite chiazze gialle di denti di leone. A Ushuaia, la città più australe del mondo, il posto telefonico pubblico aveva un'insegna formidabile: "El locutorio del fin del mundo".
Il muchacho Chatwin
A Punta Arenas c'è una casa bizzarra, il castelletto del capitano Charles Milward, il cugino sulle cui tracce Bruce Chatwin attraverso la Patagonia. Rispetto alla foto nel libro di Chatwin, c'è solo un'antenna di televisione in più: i nuovi abitatori non si contentano più, come il vecchio capitano, di guardare con rimpianto le navi che sfilano nello Stretto di Magellano. Nessuno l'ha sentito nominare, Chatwin. Perfino a Harberton, sul canale Beagle, il figlio e la nuora di Clarita Bridges non hanno avuto voglia di parlare, dicono di non essere stati lì quando passò, e che comunque ha scritto cose ingrate ed esagerate. Esagerato: è quello che si dice di ogni libro di viaggio, dal Milione di Marco Polo in poi. Clarita, la più antica indigena bianca della Terra del Fuoco, ha 92 anni, e se lo ricorda a modo suo, Chatwin: "Este muchacho venne qui a cercare di suo padre, immagino che qualcosa abbia trovato".
I turisti arrivano con la loro copia di In Patagonia piena di sottolineature, e fanno un po' fatica a orientarsi. Dal viaggio di Chatwin sono passati quasi vent'anni, una guerra fra Argentina e Inghilterra, un'eruzione vulcanica, e Chatwin è morto. L'eruzione è avvenuta il 13 agosto del 1991, in uno dei cento vulcani cileni, lo Hudson. Nel Primo mondo non se ne parlò, magari perché era la stessa data del tentato golpe in Urss. Una quantità gigantesca di cenere e lapilli fu sputata fuori per giorni, e il vento dell'ovest, che spadroneggia sulla Patagonia, la portò sul versante argentino. Una notte fonda scese sui paesi subito oltre la Cordigliera, Los Antiguos e Perito Moreno, sulla sponda del lago Buenos Aires. Il vento portò poi in giro la nuvola di polvere, e continua ancora a farlo, da Comodoro Rivadavia sulla costa atlantica a nord, fino a Rio Gallegos a sud, e perfino la neve delle cime della Terra del Fuoco ne è ingrigita. I grandi camion solitari che attraversavano la Patagonia si fermano coi filtri otturati dalla cenere. Per gli allevatori fu una catastrofe. Le pecore non trovavano da mangiare e da bere, la pioggia impastava la lana, le cementava vive al terreno. [...]
Melchíades
Volo in elicottero sul ghiaccio Perito Moreno. Il pilota porta con sé la sua bambina. Ha lavorato al film di Herzog sul Cerro Torre. Gran film, dice, sono morti una quantità di lavoranti e comparse. Fiumi come vene azzurre attraversano la seraccata di diamante. Al ritorno deviamo per la “estancia” La Anita. Qui avvenne un massacro di inermi peones in sciopero, almeno centoventi fucilati. Per strada due bambine danno il latte a chulengos di guanaco da bottiglie di Fanta col succhiotto. Diamo un passaggio a un peone, cammina con gli stivali alti di gomma, non ne può più. Si chiama Melchíades Jara, è quintero alla Anita. Ancora ieri cercavo la fossa dove li ammazzarono, dice. Prima c'era un vecchio di 90 anni, Martin, che si ricordava tutto. Successe nel 1921, dice, sono passati almeno quarant'anni. [...]
Il vento di San Julián
Da Rio Gallegos riparto per San Julián, questa volta in aereo, un minuscolo Piper dalle ali alte, disadatto al vento, come spiega il pilota, Daniel. Ha quarant'anni, è stato fra gli assi delle Malvinas, ora sbarca il lunario con la compagnia El Pinguino.
Arriviamo presto a San Julián, perché abbiamo il vento a favore, in cambio dobbiamo saltare giù e tenere stretto l'aereo, mentre Daniel lo ancora perché il vento non se lo porti. Ci aspetta un giovane, Walker, che conduce una piccola TV locale via cavo. Passiamo dai luoghi del film di Bechis, Alambrado, e poi dalle rovine imponenti del Frigorifico Swift, gigantesco impianto di macellazione, che conserva un'aria sinistra da lager, con le lamiere che sbattono e le palizzate coi ganci. C'è un grande dormitorio, negli anni Trenta e Quaranta lavoravano qui profughi russi antistalinisti, separati da veri muri per sventarne le risse tra fazioni. Davanti c'è una spiaggia di conchiglie spezzate, e la Punta Desengaño, dove Magellano aveva sperato di trovare lo Stretto. Alla chiesa di Santa Maria Auxiliadora incontro due salesiani, ottantenni ambedue, zoppi di una gamba ambedue – ma andiamo per la strada giusta, dicono. Don Bosco viaggiò solo una volta in nave, da Genova a Civitavecchia, ed ebbe un tal mal di mare da rinunciare per sempre: ma non rinunciò a sognare gli antipodi convertiti dai suoi salesiani, e a descrivere visioni miracolose di una Patagonia piena di petroli, carbone, acciaio… I suoi salesiani erano contadini delle valli piemontesi, studiavano gli atlanti, mettevano in scena a Torino commedie intitolate Gianduia in Patagonia. Poi ci andarono davvero, a convertire gli indios selvaggi. Non sapevano che fare, se non battezzare, rivestire gli ignudi, dare un tetto ai poveri nomadi. I nomadi ignudi lasciavano fare. Si lasciavano tagliare i capelli, strigliare i corpi spalmati di grasso di balena e di foca maleodorante. Subito dopo si ammalavano e morivano, battendo i denti in quei panni nuovi, falcidiati dalla polmonite, dalla varicella, dal morbillo: malattie di bambini, cui non erano pronti, e che il concentramento nelle missioni faceva dilagare. I salesiani insistevano che almeno, benedetti selvaggi, si mettessero addosso la pelle del guanaco col pelo rivolto all'interno, che li avrebbe riscaldati meglio: e quei benedetti selvaggi rispondevano no, che anche il guanaco la porta col pelo in fuori. Naturalmente, avevano ragione loro. Gli indios morirono nello spazio di due generazioni – decimati dalle malattie, oltre che dalle fucilate e dalle deportazioni ordinate dagli estancieros; i salesiani restarono, e trasformarono le missioni in musei di indios di cartapesta e animali impagliati. Nel 1892, all'esposizione per il Centenario colombiano a Genova, i salesiani condussero una piccola tribù patagonica fuegina. Venne il re Umberto e, secondo le cronache, "volle fermarsi a parlare con quei figli della foresta". Dopo Genova, il papa Leone XIII ricevette a Roma salesiani e i loro indios. Un diciassettenne patagone lesse un discorso in italiano. Accenno anche ai quai che il papato stava passando per colpa dell'anticlericalismo contemporaneo. Il papa abbracciò il fuegino di cinque anni. Tutto fu molto toccante. Il ragazzetto trovò che il papa era abbigliato come un pinguino. [...]
La signora e il Patagone
A San Julián Magellano incontrò il primo gigante indigeno, lo catturò con uno stratagemma maligno, e lo tenne a morire sulla sua nave, del resto anche Magellano morì. Non si venne mai a capo dell'origine di quel nome, patagone, finché una signora, che non era linguista, ma filologa, e insegnante a Buenos Aires, Maria Rosa Lida de Malkiel, si accorse che un romanzo cavalleresco spagnolo, pubblicato poco prima del viaggio di Magellano, e divulgatissimo, dedicava alcuni capitoli alla storia di genti gigantesche e selvagge chiamate patagone e del gran Patagone. La scoperta della signora fece scoppiare d'invidia i linguisti, che provarono a denigrarla: una che non era del campo, e per di più donna! Piuttosto, se la scoperta risolve la questione della fonte di Magellano, ne lascia aperta un'altra, quella della fonte del romanzo. Non sarebbe bello se il nome fosse arrivato dall'America coi primi scopritori, passato nel racconto pubblicato nel 1512 a Salamanca, e di lì, attraverso Magellano, ritornato otto anni dopo all'America? Sta di fatto che il nome di Patagonia e l'aggettivo, patagonico, portano con sé un'idea di smisuratezza, di madornalità, di esagerazione.
Il salesiano e il pirata
Fra i salesiani che vennero per questa fantastica avventura ce ne fu uno diverso dagli altri. Si chiamava Alberto De Agostini. Era nato nel 1883 a Pollone, nel Biellese, da una famiglia di commercianti con molti figli. Un suo fratello, Giovanni, di vent'anni più anziano, si era laureato in geografía, e aveva scritto un breve saggio sulle spedizioni alla Terra del Fuoco. Poi si accontentò di diventare specialista dei laghi italiani, e fondò l'Istituto geografico che porta ancora il suo nome. Per mezzo secolo, pressoché ogni anno, Alberto compì spedizioni nelle Ande patagoniche e nella Terra del Fuoco. Grazie a lui, un gran numero di ghiacciai, fiordi, monti, canali hanno nomi biellesi, astigiani, canavesani. Capolavoro della cartografia dei De Agostini fu una Carta della Repubblica Argentina alla scala di 1 a 1.000.000, costata due anni di lavoro, che copriva 14,40 metri quadri. De Agostini si imbarcava coi più spericolati lupi di mare. A volte erano tipi poco raccomandabili. II più famoso si chiamava Pascualin, ovvero il Contrabbandiere, ovvero l'ultimo pirata della Terra del Fuoco. Era un napoletano, Pasquale Rispoli. Impiegava la sua goletta per la caccia di frodo alle otarie. Caricava uomini per la caccia e li lasciava a terra nell'isola degli Stati, o di Wollaston, e tornava a riprenderli a fine stagione. Girava voce che quando qualcuno di quelli gli faceva uno sgarro, lui si dimenticava di andarlo a riprendere. Quando Pascualin fu assoldato per la tentata fuga del penitenziario di Ushuaia dell'anarchico Radowitzky, quest'ultimo, che doveva aver orecchiato quelle storielle, si rifiutò di farsi sbarcare su un isolotto, come Pascualin suggeriva, e proprio per questo fu riacciuffato. Una volta, sotto Peron, gli argentini lo beccarono con la goletta piena di pelli. Giurò che non era per venderle ma per regalarle alla Fondazione Evita Perón. Sequestrarono le pelli, non lo misero dentro. Morì, a piede libero, nel 1960.
Virginia, l'ultima
Paese di record, di cose ultime, la Terra del Fuoco ha annotato meticolosamente nomi e date.
L'ultimo indigeno yamana morì nel 1974. Nello stesso anno morì l'ultima donna ona. Ma all'Archivio salesiano di Buenos Aires avevo trovato una vecchia fotografia. Ci sono una bambina e una suora, dietro si legge: Virginia Choquintel, ultima ona, vive a Rio Grande, la città petrolifera della Terra del Fuoco argentina. Nel museo di Rio Grande sono esposti i quaderni di calligrafia della piccola Virginia. È viva, sì, mi dicono, e mi danno un indirizzo. È un po' strana, aggiungono, e beve troppo. Ma la notizia più sorprendente è un'altra: l'ultima india ona vive con un muratore siciliano. La porta apre solo uno spiraglio sulla stanza buia e un abbaiare frenetico di cani. Riesco, gridando, a prendere un appuntamento per l'indomani, al mio albergo. L'indomani Virginia arriva, ha dei lividi sul viso, stenta a trattenere il pianto. È nata alla fine di luglio del 1942 – pochi giorni prima di me – alla missione salesiana della Candelaria. Sono cresciuta dalle suore, dice, soprattutto con la sorella Rosa, Italiana. Mio padre, mi dissero che morì in Cile, schiacciato dal cavallo che domava. Sì, vivo con un italiano, Nino, ha settant'anni: di dove mi ha detto che è? di Catania? Non lavora più, poveretto, sta diventando cieco.
Sono sempre triste, dice, perché sono nostalgica, mi ricordo di troppe cose, del bene e del male, anzi no, più del male che del bene... No, non sono i ricordi d'infanzia, l'infanzia fu bella. Andavamo con le pecore, c'era la tosatura, le suore facevano il pane... Ancora adesso mi piacerebbe essere bambina. I cattivi ricordi cominciano con l'adolescenza... cominciai ad andare via da sola, andai a servizio, arrivai fino a Buenos Aires – faceva troppo caldo. Ora qui mi salutano di più, al principio no... ma se qualcuno mi cammina a fianco vado dall'altra parte della strada. Mi sembra di capire, le dico, se è l'ultima può anche essere sola. Sì, dice».
(Adriano Sofri, "La mia Patagonia", "Sette – Corriere della Sera", 3 giugno 1993)
Approfondimento
A proposito di Storie della Terra del Fuoco
Note di viaggio [Cinemambiente 1998]
Gute Reisende sind herzlos
I buoni viaggiatori sono senza cuore
Elias Canetti
Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.
Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.
Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.
La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.
Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili.
Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi.
Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.
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