Sans Soleil

Diretto da

«Una donna sconosciuta legge e commenta le lettere che riceve da un amico, cameraman free-lance che percorre il mondo ed è attratto in maniera particolare dai "due poli estremi della sopravvivenza", il Giappone e l'Africa, qui rappresentata da due paesi che, malgrado il ruolo storico che hanno avuto, sono tra i più poveri e i più dimenticati: la Guinea Bissau e il Capo Verde. Il cameraman si interroga (come tutti i cameramen, in ogni caso quelli che si vedono al cinema) sul senso della rappresentazione del mondo di cui egli è l'inarrestabile strumento, e sul ruolo della memoria che contribuisce a costituire. Un suo compagno giapponese, che ha evidentemente qualche rotella fuori posto, in forma di elettrone, risponde da parte sua aggredendo le immagini della memoria, smembrandole al sintetizzatore. Un cineasta si impadronisce di questa situazione e ne fa un film, ma invece di incarnare questi personaggi e di mostrare i loro rapporti, reali o supposti, preferisce organizzare gli elementi del dossier come se si trattasse di una composizione musicale, con temi ricorrenti, contrappunti e fughe speculari: le lettere, i commenti, le immagini raccolte, le immagini inventate, più alcune immagini prese a prestito. Così da queste memorie giustapposte nasce una memoria fittizia, e così come si poteva leggere un tempo fuori delle portinerie "la portiera è sulla scala", si vorrebbe in questo caso far precedere il film dal cartello la "finzione è all'esterno"». (Soggetto, dal press-book del film)

Titolo tradotto
[Senza sole]
Genere
Documentario, Sperimentale
Paese
Francia
Anno
1983
Durata
110'
Lingue
Francese
Approfondimento

A proposito di Sans Soleil

«“La lontananza dei luoghi rimedia in qualche modo all'eccessiva prossimità dei tempi”.

Racine, seconda prefazione a Bajazet

Ouverture

La prima immagine di cui mi ha parlato è quella di tre bambini su una strada, in Islanda, nel 1965. Mi diceva che per lui era l'immagine della felicità e anche che aveva provato molte volte ad associarla a altre immagini, ma che non aveva mai funzionato. Mi scriveva: "...dovrò metterla un giorno da sola all'inizio di un film, con una lunga coda nera. Se non si è vista la felicità nell'immagine, almeno si vedrà il nero".

Atto primo

Mi scriveva: "Torno da Hokkaido, l'isola del nord. I giapponesi ricchi che hanno fretta prendono l'aereo, gli altri prendono il traghetto. L'attesa, l'immobilità, il sonno continuamente interrotto, tutto ciò mi rinvia stranamente a una guerra passata o futura: treni nella notte, cessati allarmi, rifugi atomici... Piccoli frammenti di guerra incastonati nella vita quotidiana". Amava la fragilità di quegli istanti sospesi, quei ricordi che non erano serviti ad altro che a lasciare, per l'appunto, dei ricordi.

Scriveva: "Dopo alcuni giri del mondo, solo la banalità mi interessa ancora. L'ho inseguita per tutto il viaggio con l'accanimento di un cercatore di premi. All'alba, saremo a Tokyo".

Mi scriveva dall'Africa. Opponeva il tempo africano al tempo europeo, ma anche al tempo asiatico. Diceva che nel XIX secolo l'umanità aveva fatto i conti con lo spazio, e che la posta in gioco del XX secolo era la coabitazione dei tempi.

"A proposito, sapeva che ci sono degli emù nell'lle-de-France?"

Mi scriveva che nelle isole Bijagos sono le ragazze che scelgono il fidanzato. Mi scriveva che nella periferia di Tokyo c'è un tempio consacrato ai gatti. "Vorrei essere in grado di dirle la semplicità, l'assenza di affettazione di quella coppia che era venuta a deporre nel cimitero del gatti una tavoletta di legno ricoperta di caratteri. Così la loro gatta Tora sarebbe stata protetta. No, non era morta, era solo scappata, ma nel giorno della sua morte nessuno avrebbe saputo come pregare per lei, come intercedere affinché la Morte la chiamasse con il suo vero nome. Era necessario quindi che venissero lì entrambi, sotto la pioggia, a compiere il rito che avrebbe riparato, nel punto di rottura, il tessuto del tempo.

Mi scriveva: “Avrò trascorso tutta la vita a interrogarmi sulla funzione del ricordo, che non è il contrario, piuttosto l'altra faccia dell'oblio. Non si ricorda, si riscrive la memoria come si riscrive la storia. Come ricordarsi della sete?”

Non amava soffermarsi sulla miseria, ma tra tutto quello che voleva mostrare del Giappone, c'erano anche gli esclusi dal Modello: “Tutto un mondo di barboni, di sottoproletari, di senza casta, di coreani. Troppo poveri per la droga, si ubriacano di birra, di latte fermentato. Questa mattina, a Namidabashi, a venti minuti dagli splendori del centro, un tizio si prendeva la rivincita sulla società dirigendo il traffico a un incrocio. II lusso, per loro, sarebbe una di quelle grosse bottiglie di sakė che si versano sulle tombe il giorno dei morti.

Ho offerto un giro nel bar di Namidabashi: quel genere di posto permette l'uguaglianza dello sguardo. La soglia al di sotto della quale ogni uomo vale quanto un altro, e lo sa”.

Mi diceva del molo di imbarco sull'isola di Fogo, nel Capo Verde. "Da quanto tempo sono là, ad aspettare la nave? Pazienti come sassi, ma pronti a precipitarsi. È un popolo di erranti, di navigatori, di giramondo. Si sono creati a forza di incroci su quelle scogliere che servivano ai portoghesi come porto di smistamento tra le loro colonie. Popolo del nulla, popolo del vuoto, popolo verticale. Diciamo la verità, è mai stato inventato niente di più stupido del dire alla gente, come si insegna nelle scuole di cinema, di non guardare in macchina?"

Mi scriveva: "Il Sahel non è solo ciò che ne viene mostrato quando è troppo tardi. È una terra in cui la siccità penetra come l'acqua in un battello che fa acqua. Le bestie resuscitate per il tempo di un carnevale a Bissau, le si ritroverà pietrificate non appena un nuovo assalto avrà trasformato una savana in deserto. È lo stato di sopravvivenza che i paesi ricchi hanno dimenticato, con una sola eccezione – ha indovinato, il Giappone... Il mio incessante andirivieni non è una ricerca dei contrasti, è un viaggio ai due poli estremi della sopravvivenza". [...]

"Le immagini più indecifrabili sono quelle europee. Vedo le immagini di un film la cui colonna sonora verrà più tardi: per la Polonia mi ci sono voluti sei mesi. Nessuna difficoltà in compenso con i terremoti locali – ma bisogna dire che quello della notte scorsa mi aveva molto aiutato a circoscrivere il problema. La poesia nasce dall'insicurezza: ebrei erranti, giapponesi tremanti. Vivendo su un tappeto che una natura burlona è sempre pronta a togliergli da sotto i piedi, hanno fatto l'abitudine a evolvere in un mondo di apparenze fragili, fugaci, revocabili, di treni che volano di pianeta in pianeta, di samurai che si battono in un passato immutabile: è ciò che si chiama l'impermanenza delle cose". [...]

"Chi ha detto che il tempo viene a capo di tutte le ferite? Sarebbe meglio dire che il tempo viene a capo di tutto, tranne che delle ferite. Col tempo la piaga della separazione perde i suoi margini reali. Col tempo, il corpo desiderato presto non ci sarà più, e se il corpo che desidera ha già cessato di esserci per l'altro, ciò che resta è una piaga senza corpo".

Mi scriveva che il segreto giapponese, quella sofferenza delle cose cui aveva dato un nome Lévi-Strauss, presupponeva la capacità di essere in comunione con le cose, di entrare in esse, di essere esse a momenti. Era normale che a loro volta esse fossero come noi – periture e immortali. [...]

Mi scriveva che sulle immagini della Guinea Bissau bisognerebbe mettere una musica di Capo Verde. Sarebbe il nostro contributo all'unità sognata da Amilcar Cabral.

"Perché un paese così piccolo e così povero dovrebbe interessare il resto del mondo? Hanno fatto tutto quello che hanno potuto. Si sono liberati, hanno cacciato i portoghesi, hanno traumatizzato l'esercito portoghese al punto da far nascere al suo interno il movimento che ha abbattuto la dittatura e ha fatto credere per un momento a una nuova rivoluzione in Europa... Chi si ricorda di tutto ciò? La Storia getta le sue bottiglie vuote dalla finestra. [...]

Il mio problema personale era più circoscritto: come filmare le donne di Bissau? Apparentemente la funzione magica dell'occhio giocava in questo caso contro di me. E nei mercati di Bissau e di Capo Verde che ho ritrovato l'uguaglianza dello sguardo e quella serie di figure così vicine al rituale della seduzione: la vedo – mi ha visto – sa che la vedo – mi offre il suo sguardo, ma proprio con l'angolazione con cui è ancora possibile farlo come se non fosse rivolto a me – e infine lo sguardo vero, diretto, che è durato 1/25 di secondo, il tempo di un'immagine.

Tutte le donne detengono una piccola radice di indistruttibilità, e il lavoro degli uomini è sempre stato quello di fare in modo che se ne accorgano il più tardi possibile. Gli uomini africani sono dotati come gli altri per questo esercizio, ma a ben guardare le donne africane, non li darei necessariamente vincenti". [...]

"Il mio amico Hayao Yamaneko ha trovato una soluzione, se le immagini del presente non cambiano, cambiare le immagini del passato... Mi ha mostrato i tafferugli degli anni Sessanta trattati con il sintonizzatore. Delle immagini meno ingannevoli, dice con la convinzione dei fanatici, di quelle che vedi in televisione. Almeno si offrono per quello che sono, delle immagini, e non la forma trasportabile e compatta di una realtà già inaccessibile. Hayao chiama il mondo della sua macchina: la Zona – in omaggio a Tarkovskij.

Ciò di cui Narita mi restituiva un frammento intatto, come un ologramma frantumato, era l'immagine della generazione degli anni Sessanta. Se amare è amare senza illusioni, posso dire di averla amata. Mi esasperava spesso, non condividevo la sua utopia che era quella di unire nella stessa lotta quelli che si rivoltano contro la miseria e quelli che si rivoltano contro la ricchezza, ma lanciava l'urlo primordiale che voci meglio impostate non sapevano più, o non osavano più, urlare". [...]

"Certo, non lo farò mai questo film. Eppure ne colleziono gli scenari, ne invento i percorsi, vi dispongo le mie creature preferite, e gli dò anche un titolo, quello delle melodie di Moussorgskij per l'appunto Sans soleil. II 15 maggio 1945, alle 7 del mattino, il 382° reggimento di fanteria americano diede l'assalto a una collina di Okinawa ribattezzata Dick Hill. Suppongo che gli stessi americani credessero di conquistare una terra giapponese e che non sapessero nulla della civiltà delle Ryukyu. Neanche io ne sapevo niente, se non che i volti delle donne del mercato di Itoman mi parlavano più di Gauguin che di Utamaro. Durante secoli di vassallaggio trasognato il Tempo non si era mosso nell'arcipelago, poi era venuta la frattura. E una proprietà delle isole quella di fare delle donne le depositarie della loro memoria? Venivo a sapere che come alle Bijagos é attraverso le donne che si trasmette il sapere magico: ogni comunità ha la sua sacerdotessa, la Noro, che presiede a tutti i riti, tranne che ai funerali. I giapponesi difesero le posizioni palmo a palmo, alla fine della giornata le due sottosezioni riformate della compagnia L erano avanzate solo fino  a metà della collina. Una collina simile a quella dove seguivo un gruppo di abitanti del villaggio che si recava alla cerimonia di purificazione. La Noro comunica con gli dei del mare, della pioggia, della terra, del fuoco, ne parla come di membri della sua famiglia che abbiano avuto un certo successo. Tutti si inchinano davanti alla Dea-Sorella che è il riflesso, nell'assoluto, di una relazione privilegiata tra fratello e sorella. Anche dopo morta la sorella ha la predominanza spirituale. All'alba gli americani si fermarono, fu necessario ancora più di un mese di combattimenti perché l'isola si arrendesse – e precipitasse nel mondo moderno. Ventisette anni di occupazione americana, il ristabilimento di una sovranità giapponese contestata e, a due chilometri dai bowling e dalle stazioni di servizio, la Noro continua a dialogare con gli dei. Dopo di lei il dialogo cesserà. I fratelli non sapranno più che la loro sorella morta veglia su di loro.

Filmando questa cerimonia sapevo di assistere alla fine di qualcosa. Le culture magiche che scompaiono lasciano delle tracce in quelle che subentrano, questa non ne lascerà nessuna. La frattura della Storia è stata troppo violenta. Ho toccato questa frattura sulla sommità della collina, come l'avevo toccata sul bordo della fossa dove duecento ragazze si erano suicidate con una bomba, nel 1945, per non cadere vive nelle mani degli americani. La gente si fa fotografare davanti alla fossa. Di fronte si vendono degli accendini souvenir a forma di bomba". [...]

Atto quarto

Ad ogni ritorno dall'Africa faceva scalo all'isola di Sal, che è proprio una roccia di sale in mezzo all'Atlantico. All'estremità dell'isola, passato il villaggio di Santa Maria e il suo cimitero con le tombe dipinte, basta continuare nella stessa direzione per incontrare il deserto.

Mi scriveva: "Ho capito le visioni. All'improvviso si è nel deserto come nella notte. Tutto ciò che non lo è non esiste più. Alle immagini che si propongono non si vuole credere. [...]

Sperduto in capo al mondo, sulla mia isola di Sal, in compagnia dei miei cani fieri di se stessi, ricordo quel mese di gennaio a Tokyo, o piuttosto ricordo le immagini che ho girato nel mese di gennaio a Tokyo. Adesso si sono sostituite alla mia memoria, sono la mia memoria. Mi chiedo come facciano a ricordare quelli che non filmano, non fotografano, non videoregistrano, come facesse l'umanità a ricordare... Lo so, scriveva la Bibbia. La nuova Bibbia sarà l'eterno nastro magnetico di un Tempo che dovrà incessantemente rileggersi solo per sapere che è esistito". [...]

"E poi, quando tutte le feste sono finite, non resta che raccogliere tutti gli ornamenti, tutti gli accessori della festa e, bruciandoli, farne una festa. È il Dondo-yaki. Una benedizione scintoista su questi resti che hanno diritto all'immortalità come le bambole di Ueno. L'ultimo stadio, prima della loro scomparsa, della sofferenza delle cose. Dapprima, lo spirito guercio, presiede per l'ultima volta in cima al rogo. È necessario che l'abbandono sia una festa, che la lacerazione sia una festa, che l'addio a tutto ciò che si è perso, rotto, logorato, sia nobilitato da una cerimonia. È in Giappone che potrebbe compiersi l'auspicio di de Montherlant, che il divorzio sia un sacramento." [...]

"La città di Heimaey si stendeva sotto di noi e quando, cinque anni dopo, Haroun Tazieff mi ha mandato quello che aveva appena girato nello stesso posto, mi mancava solo il nome per capire che la natura fa i suoi Dondo-yaki. II vulcano dell'isola si era svegliato. Ho guardato quelle immagini ed era come se l'intero anno 1965 fosse stato appena ricoperto dalla cenere.

Bastava quindi aspettare e il pianeta metteva da solo in scena il lavoro del Tempo. Ho rivisto quella che era stata la mia finestra, ho visto emergere tetti e balconi familiari, i punti di riferimento delle passeggiate che facevo tutti i giorni attraverso la città e fino alla scogliera dove avevo incontrato i bambini. Il gatto con i calzini bianchi che Garouk aveva avuto la delicatezza di filmare per me ha trovato naturalmente il suo posto, e ho pensato che tra tutte le preghiere al Tempo che avevano segnato questo viaggio, la più giusta era quella della signora di Go To Ku Ji che diceva semplicemente alla gatta Tora: "Gatta amata, ovunque tu sia, possa la tua anima conoscere la pace".

E poi il viaggio è entrato a sua volta nella Zona. Hayao mi ha mostrato le mie immagini già colpite dal lichene del Tempo, liberate dalla menzogna che aveva prolungato l'esistenza di quegli istanti inghiottiti dalla Spirale". [...]

"Anche se non aspettavo nessuna lettera, mi fermavo davanti al fermo posta, perché bisogna onorare gli spiriti delle lettere strappate, e davanti allo sportello della posta aerea, per salutare gli spiriti delle lettere non spedite. Misuravo l'insopportabile vanità dell'Occidente che non ha mai smesso di privilegiare l'essere rispetto al non essere, il detto rispetto al non detto. Camminavo lungo le piccole botteghe dei commercianti di abbigliamento, sentivo in lontananza la voce di Akao, diffusa dagli altoparlanti, che era salita di un semitono. Infine scendevo nella cantina dove il mio compagno maniaco si dà da fare davanti ai suoi graffiti elettronici. In fondo il suo linguaggio mi tocca perché si rivolge a quella parte di noi che si ostina a disegnare profili sui muri delle prigioni. Un gesso per seguire i contorni di ciò che non è, o non è più, o non ancora.

Una scrittura di cui ciascuno si servirà per comporre il proprio elenco di cose che fanno battere il cuore, per offrirlo o per cancellarlo. In quel momento la poesia sarà fatta da tutti, e ci saranno degli emù nella Zona”.

Mi scrive dal Giappone, mi scrive dall'Africa. Mi scrive che adesso può fissare lo sguardo della donna del mercato di Praia, che durava solo il tempo di un'immagine. 

Ci sarà un giorno un'ultima lettera?». (Dal testo del film, in Chris Marker, a cura di Bernard Eisenschitz, Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro 1996, Dino Audino Editore, Roma 1996, pp. 54-71)

Note di viaggio [Cinemambiente 1998]

Gute Reisende sind herzlos

I buoni viaggiatori sono senza cuore

Elias Canetti

Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.

Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.

Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.

La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.

Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili. 

Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi. 

Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.

Galleria immagini

Progetto Food on Film
Food on Film
Partners
Slow Food
Associazione Cinemambiente
Cezam
Innsbruck nature film festival
mobilEvent
In collaborazione con
Interfilm
UNISG - University of Gastronomic Sciences

Funded by the European Union. Views and opinions expressed are however those of the author(s) only and do not necessarily reflect those of the European Union or the Creative Europe Media Program. Neither the European Union nor the granting authority can be held responsible for them.