Le volcan interdit

Diretto da

Un documentario che presenta alcuni tra i vulcani attivi della terra, fornisce una panoramica su una disciplina relativamente giovane come la vulcanologia, illustra la spedizione al cratere del vulcano Niragongo in Congo.

I vulcani posseggono un loro particolare fascino (già magnificamente catturato dal precedente film di Tazieff Les rendez-vous du diable) e la parte migliore di Le volcan interdit è la sezione centrale, una impressionante sinfonia di vulcani in eruzione. Una minacciosa e ribollente crosta di lava sprizza getti di vapore e fuoco mentre la pressione aumenta, poi il mostro si libera eruttando una tempesta di rocce incandescenti, sollevando nubi di fumo e fiamme ed un fiume di lava scivola lungo le pendici della montagna inglobando tutto ciò che incontra sul suo cammino. Queste scene straordinarie sembrano visioni apocalittiche della fine del mondo, quadri viventi di Bosch, e non possiamo far altro che rendere merito ai cameraman che le hanno girate e che possiamo talvolta vedere mentre schivano una cascata di pietre o mentre si sporgono cautamente oltre il bordo di un cratere ribollente.

Dato le condizioni in cui è stato girato, il film di Tazieff presenta una struttura diseguale, dopo i fuochi d'artificio visivi delle eruzioni, la seconda parte del film, la spedizione al cratere del vulcano Niragongo, avrebbe potuto rappresentare una specie di anticlimax. Tuttavia, come suggerisce il commento di Chris Marker, acuto e spesso sardonico, la discesa nelle cavità della terra assomiglia sempre di più ad un romanzo di Verne, e quando Tazieff e il suo gruppo raggiungono finalmente il fondo del cratere, un lago di lava fusa screpolata e grinzosa come la pelle di un mammut, le strane tute e i caschi protettivi danno a tutta la scena l'aspetto di un'esplorazione su qualche sconosciuto pianeta alieno.

("Monthly Film Bulletin", luglio 1968)

Titolo tradotto
[Il vulcano proibito]
Genere
Documentario
Paese
Francia
Anno
1965
Durata
79'
Casa di produzione
Ciné Document Tazieff
Lingue
Francese
Approfondimento

A proposito di Le volcan interdit

«Altro buon film di montagna è Le volcan interdit di Haroun Tazieff (Francia) che avrebbe meritato qualcosa di più della semplice menzione speciale da parte della Giuria. Il film, girato dal celebre vulcanologo premiato a Trento otto anni or sono per l'eccellente Les rendez-vous du diable, è un susseguirsi di immagini apocalittiche, sullo schema di un rigoroso discorso scientifico riguardante la natura dei vulcani, la formazione delle eruzioni, lo stato delle ricerche vulcanologiche in ogni parte del mondo. La materia in eruzione raggiunge sullo schermo una fotogenia ed una suggestione terribili. Notevole il sonoro con musica elettronica particolarmente adatta a commentare queste visioni infernali».  (Luciano Viazzi, "Quattro parole sui film premiati al 16° festival di Trento", "Rivista mensile del Club Alpino Italiano", Anno 88 n. 11, Torino, novembre 1967, p. 392)

«Altro buon film di montagna è Le volcan interdit di Haroun Tazieff (Francia) che avrebbe meritato qualcosa di più della semplice menzione speciale da parte della Giuria. Il film, girato dal celebre vulcanologo premiato a Trento otto anni or sono per l'eccellente Les rendez-vous du diable, è un susseguirsi di immagini apocalittiche, sullo schema di un rigoroso discorso scientifico riguardante la natura dei vulcani, la formazione delle eruzioni, lo stato delle ricerche vulcanologiche in ogni parte del mondo. La materia in eruzione raggiunge sullo schermo una fotogenia ed una suggestione terribili. Notevole il sonoro con musica elettronica particolarmente adatta a commentare queste visioni infernali».  (Luciano Viazzi, "Quattro parole sui film premiati al 16° festival di Trento", "Rivista mensile del Club Alpino Italiano", Anno 88 n. 11, Torino, novembre 1967, p. 392)

«Il vulcanologo francese Haroun Tazieff è morto lunedì sera in una clinica parigina. Aveva 83 anni. La notizia è stata diffusa soltanto ieri mattina. Nel 1992 Haroun Tazieff si piazza al quarto posto nella graduatoria delle 50 personalità più popolari in Francia. Davanti a lui c'erano, nell'ordine, l'oceanografo Cousteau, l'Abbé Pierre e l'oncologo Leo Schwartzenberg. Strana classifica, con in testa tre scienziati e un religioso, per noi che siamo abituati ad analoghi primati ieri di Pippo Baudo e ora di Paolo Bonolis. II fatto è che Tazieff, anche lui, sapeva stare sulla scena. Era polemico, girava documentari tra spruzzi di lapilli sull'orlo di crateri in eruzione, scriveva libri di vulcanologia che diventavano best-seller. E faceva politica. Fu consigliere di Mitterrand per la campagna presidenziale, sindaco di Mirmande dal 1977 al 1989, commissario per i rischi naturali nel 1981 nel governo Mauroy, segretario di Stato nel governo di Laurent Fabius. Nel 1990, a 76 anni conservava ancora abbastanza entusiasmo per fondare il partito Generazione Ecologia.

Nato a Varsavia l'11 maggio 1914, prima studente e poi combattente della resistenza in Belgio, geologo in Congo dopo la seconda guerra mondiale, cittadino francese dagli anni Sessanta, Tazieff era anche un poco italiano: nel 1962, dopo un lungo periodo di studio dell'Etna che si trasformerà poi in un libro edito da Mondadori, fondò a Catania l'Istituto internazionale di vulcanologia.

I vulcani furono la sua vera passione. Incurante dei rischi, li esplorava palmo a palmo, ne analizzava i gas, studiava la viscosità del magma, filmava gli eventi più spettacolari. Ma la ricerca scientifica in lui non aveva anestetizzato la meraviglia che afferra l'uomo comune davanti alle grandi forze della natura in azione: giustamente Jean Cocteau lo aveva definito "poeta del fuoco".

Ingegnere agronomo e poi geologo, aveva scoperto i vulcani durante la sua missione in Congo, quando seguì l'eruzione del Kitouro nel 1948. Da allora questo interesse in Tazieff divenne dominante. Studiò i vulcani del Centro America, delle Ande, dell'Antartide, dell'area Mediterranea.

La rivoluzione copernicana delle scienze della Terra, la teoria della tettonica a zolle, dopo le prime intuizioni di Alfred Wegener, si afferma negli anni Sessanta e oggi è un paradigma accettato dalla grande maggioranza della comunità scientifica: la disposizione dei vulcani segue i confini tra le 10-12 "placche" nelle quali è suddivisa la crosta terrestre; lungo gli stessi confini si sviluppa la massima attività sismica, e la dinamica delle zolle spiega anche l'origine delle montagne e la formazione di un nuovo fondale lungo le dorsali nel mezzo degli oceani. Tazieff però si tenne sempre al margine delle grandi teorizzazioni. Preferiva il lavoro sul campo. Non c'è quindi da stupirsi se non ha dato contributi fondamentali alla tettonica a zolle ma ha prodotto piuttosto una vastissima e accuratissima fenomenologia del vulcanesimo.

Rimane memorabile uno scontro con Franco Barberi – oggi sottosegretario alla Protezione civile: lo abbiamo visto al lavoro nell'Umbria e nelle Marche colpite dal terremoto – durante l'eruzione dell'Etna del 1992. Barberi propose un piano per deviare le lave con esplosioni e blocchi di cemento. Tazieff lo criticò duramente (mentre lui stesso aveva tentato un intervento simile dieci anni prima), Barberi propose che era troppo facile pontificare da Parigi. Attuò il suo piano e la città di Zafferana fu risparmiata dalla lava. Tazieff fece scalpore anche a proposito dell'effetto serra: negava che ci fosse un reale riscaldamento dell'atmosfera dovuto alle emissioni di anidride carbonica. L'ultimo intervento da militante riguardò la guerra in Bosnia e fu contro la minaccia di guerra chimica a Tuzla. E necessario denunciare, scrisse in quell'occasione su Le Monde, la mancanza di coraggio delle nostre democrazie occidentali: una debolezza simile aiutò i misfatti di Franco e di Hitler. Tazieff non era uomo da eufemismi». (Piero Bianucci, "Haroun Tazieff, il poeta del fuoco", "La Stampa", 6 febbraio 1998)

Note di viaggio [Cinemambiente 1998]

Gute Reisende sind herzlos

I buoni viaggiatori sono senza cuore

Elias Canetti

Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.

Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.

Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.

La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.

Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili. 

Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi. 

Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.

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In collaborazione con
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