La croisière jaune
Diretto da
Resoconto dell'avventurosa impresa organizzata nel 1931 da André Citroën per pubblicizzare le automobili prodotte dalla sua azienda. Due squadre di autocingolati, Pamir e Cina, partono da Beirut e da Pechino con il progetto di incontrarsi al centro dell'Asia. Paesaggi ostili e automezzi spostati a mano o smontati e ricomposti pezzo per pezzo, si alternano a immagini fuggevoli di volti e tradizioni locali. Dopo sette mesi di viaggio i due gruppi si riuniscono e insieme fanno ritorno a Pechino, dove vengono accolti da trionfatori. Ma sulla via del ritorno in patria, Georges-Marie Haardt, ideatore e capo dell'impresa, morirà di polmonite. Anche il giovane Victor Point, capo del gruppo Cina, morirà di malattia. “L'uomo è morto, l'opera resta”, dirà André Citroën.
Approfondimento
A proposito di La croisière jaune
«La storia della Crociera Gialla inizia a Parigi nel 1929. La Citroën, in quell'anno, festeggia i suoi primi dieci anni di attività. [...] Andrè Citroën pensa di pubblicizzare in modo originale la sua azienda. Se nel 1922 diversi costruttori puntano sulle corse – è questo l'anno del trionfo della FIAT a Strasburgo – il francese inventa la prima delle sue avventurose spedizioni: l'attraversamento del Sahara, un'impresa allora giudicata irrealizzabile. [...] Tutto fila liscio e in soli 21 giorni l'impresa è compiuta. L'eco nell'opinione pubblica è grande e, come prevedeva Citroën, porta ad un incremento delle già rosee quote di vendita. L'industriale vara così il progetto delle "Crociere". La prima è quella "Nera": un calvario di 28 mila chilometri attraverso l'Africa, da Nord Ovest a Sud Est, attraverso deserti, savane e giungle. L'impresa si compie a cavallo tra il 1924 e il 1925. [...] Dopo il successo africano Citroën e i suoi tirano il fiato. Ma il tarlo dell'avventura, della realizzazione di imprese ritenute impossibili, continua a roderli. È nell'anno del decennale che comincia a delinearsi, sulla carta, un antico sogno di Georges-Marie Haardt [stretto collaboratore della Citroën e capo delle spedizioni precedenti]: l'attraversamento dell'Asia compiuto in contemporanea da due spedizioni che, partendo da due punti estremi di questo continente, dovranno poi incontrarsi, più o meno, nel suo centro. Facile a proporsi ma difficile da attuare questo raid anche perché, oltre alle eccezionale difficoltà logistiche e di percorso (si pensi al superamento dell'Himalaya e all'attraversamento del deserto del Gobi), un viaggio attraverso l'Asia non è, in quegli anni, una passeggiata tranquilla.
Qui e là ci sono, o si attizzano da un momento all'altro, fuochi di rivolta se non di guerra, soprattutto in Cina, senza calcolare che, ovunque, bande di predoni possono essere in agguato. [...] Rispetto ai due precedenti raid Citroën la Crociera Gialla non vuole essere unicamente un'impresa automobilistica ma anche una vera e propria spedizione scientifica. Infatti, oltre a 18 meccanici di grande valore, ne fanno parte tra l'altro, un professore della National Geographic Society, un archeologo, un geologo, un naturalista. Completano il gruppo un interprete, due medici, un pittore, tre radio-telegrafisti, un regista, due operatori cinematografici e un tecnico del suono». (Paolo Vinai, "I veri Indiana Jones: La Crociera Gialla", in Scandere 1993, CAI-Torino, Museo Nazionale della Montagna, Torino 1993, pp. 23-24)
Note di viaggio [Cinemambiente 1998]
Gute Reisende sind herzlos
I buoni viaggiatori sono senza cuore
Elias Canetti
Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.
Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.
Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.
La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.
Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili.
Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi.
Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.
Galleria immagini
Esplora per area tematica
Vedi tutti i film






