Augenzeugen der Fremde

Diretto da

Un esperimento cinematografico in 600 scene di 3 secondi ciascuna. Immagini private di un europeo in Africa e di un africano in Europa. Una percezione reciproca del paese d'origine dell'uno e dell'altro.

Titolo tradotto
[Testimoni oculari in terre straniere]
Genere
Sperimentale
Paese
Austria, Marocco
Anno
1993
Durata
33'
Note di regia
Note di regia

«Fin dall'infanzia mi immaginavo un'oasi come un laghetto circondato di palme, con nient'altro attorno che dune di sabbia. Ma quando nel 1981 per la prima volta ho visitato un'oasi, ho dovuto constatare che l'idea che me n'ero fatta era sbagliata.

Un'esperienza simile l'avevo fatta con quasi tutte quelle immagini esotiche e nostalgiche di paesi lontani che mi si erano impresse stabilmente nella memoria attraverso i libri per bambini, i dépliant turistici, i francobolli e i disegni delle banconote. Non fui poco sorpreso quando in alcuni caffè nord africani scoprii fotografie di monti coperti di neve con tanto di casette alpine e laghetti di montagna. Queste immagini, così come le mie personali rappresentazioni delle oasi, mi misero immediatamente di fronte a quelle false identità che un popolo costruisce per un altro paese, un'altra cultura, un altro popolo e che vengono mantenute come scenografie ad uso degli stranieri di ogni parte del mondo, per evitar loro "dis"-illusioni. Ma sono state proprio queste "dis"-illusioni ad aprirmi gli occhi. Qualsiasi straniero che cerchi qualcosa di diverso dal semplice soddisfacimento del proprio voyeurismo o dalla conferma dei cliché: che consideri la permanenza in un paese straniero come un confronto creativo con qualcosa di sconosciuto, come un'opportunità di conoscenza e di comprensione reciproca, sarà in grado di rispettare popoli e culture diverse proprio grazie a questa percezione di immagini autentiche e individuali; e probabilmente potrà dare il suo contributo ad uno dei temi più importanti della nostra epoca, l'intesa tra i popoli e l'integrazione. La ricerca e la registrazione di queste immagini individuali e autentiche di un paese straniero, sono il soggetto di questo film». 

(G. Deutsch)

Approfondimento

A proposito di Augenzeugen der Fremde

«[...] Altri i materiali cinematografici di Augenzeugen der Fremde (riprese originali questa volta, e non footage d'archivio), ma analogo il metodo. E a differenza di Adria, qui la struttura del montaggio è fissata prima ancora dell'inizio delle riprese. I due registi (ma sarebbe meglio chiamarli "osservatori"), un austriaco in Marocco e un marocchino a Vienna, hanno a disposizione 300 inquadrature ciascuno, ognuna di soli 3 secondi, per fissare le loro impressioni del paese straniero che osservano. Anche qui lo schema è rigoroso, ordinato per griglie e sottogriglie tripartite: luce (deserto, ruscello, steppa), girare (tempeste di sabbia, sole, pioggia), camminare (mattino, sera, notte), guidare (bicicletta, carretto, autobus), sotto/sopra (tetto, torre, montagna), dentro/fuori (porta girevole, ascensore, scala mobile), bianco/nero (cani, gabbiani, corvi), e via dicendo. Ma proprio nel suo prendere metodologicamente le distanze dai rischi di uno sguardo naïf, proprio nell'opporre uno stringente dispositivo di straniamento all’“effetto cinema” empatico, il risultato, sorprendentemente, è di una inedita flagranza. Pur così allontanata, l'emotività non è per nulla neutralizzata, ma piuttosto distillata e dunque l'emozione risulta ancora (più) leggibile. [...]» (Alessandro Rais, "Un teorema di classicità – Il cinema sperimentale di Gustav Deutsch", in L'Immagine leggera, Città di Palermo, Palermo 1997, p. 52)

Note di viaggio [Cinemambiente 1998]

Gute Reisende sind herzlos

I buoni viaggiatori sono senza cuore

Elias Canetti

Dai travelogues degli Hale's Tours ai reportage su grandi imprese e terre esotiche, dal road movie alle mille storie inventate e non di spazi conquistati e identità perdute o ritrovate, il tema del viaggio ha accompagnato l'intera storia del cinema, in tutti i suoi generi e ambiti di produzione, metafora stessa del nuovo mezzo in grado di restituire il movimento del mondo.

Il breve percorso qui proposto consente di osservare alcune zone di questo prolifico rapporto tra la macchina da presa e l'ambiente costituito dal film di viaggio. Si tratta di opere e materiali che riguardano dimensioni diverse del viaggiare – alcune probabilmente definitivamente scomparse – in cui costante però è l'esercizio di uno sguardo su una realtà, un luogo, una cultura, un "altrove" raggiunto attraverso un movimento fisico. La conquista coloniale, l'esplorazione, la scoperta scientifica, la vacanza familiare, ma anche il rito e la ricerca interiore, sono i passaggi principali di questa ricognizione, che rivela innanzitutto l'importanza della possibilità di creare immagini, che documentano ma rappresentano anche un fattore determinante che modella lo stesso viaggio.

Le componenti di violenza e imposizione culturale dei viaggi di conquista occidentali nei primi decenni del secolo sono ad esempio mostrate nel lavoro di recupero e rielaborazione di materiali originari svolto da Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che con la sola forza delle immagini riescono a costruire un lucido discorso sul ruolo della macchina da presa come espressione di una volontà di appropriazione e dominio. È lo stesso sguardo colonialista analizzato da Peter Kubelka nel suo viaggio africano negli anni Sessanta, al seguito di un gruppo di bianchi impegnati in un safari.

La fiducia nel cinema come possibilità di registrare il reale, di testimoniare eventi naturali e imprese umane appare evidente nei lavori del vulcanologo Haroun Tazieff, che riprende scenari apocalittici e spettacolari eruzioni, o nella cospicua documentazione lasciata da Alberto Maria De Agostini durante le sue peregrinazioni nella Terra del Fuoco e in Patagonia, o ancora nelle immagini delle prime spedizioni alpinistiche sulle grandi vette, non scevre in alcuni casi di implicazioni politiche, come il documento sull'ascensione al Nanga Parbat nel 1938, che diventa un esempio di propaganda nazista. L'esplorazione dell'ambiente in quanto sfida umana, terreno di confronto con la forza e talvolta l'ostilità della natura, è ancora visibile nelle prime documentazioni filmate sulle spedizioni antartiche, in cui la vocazione narrativa e spettacolare del cinema fa capolino anche là dove si presumerebbe la totale aderenza alla materia realistica.

Ciò che appare subito chiaro in questo capitolo della storia dei viaggi, è che non c'è meta davvero raggiunta e spazio conquistato, se non opportunamente documentati, non c'è spedizione e impresa che possa rinunciare ad essere filmata e a dare così il proprio contributo alla costruzione di un immaginario fatto di eroi e grandi avventure, di spazi immensi reali e ignoti. Immerse nel silenzio della loro innocenza, e nella seduzione della loro genesi – possibile in molti casi nonostante difficili condizioni ambientali e grazie ad azioni ardite – tali immagini incantano oggi come allora. La traversata di un ultimo veliero filmata da Henrich Hauser, in cui non vengono mostrati né luoghi di partenza né punti di arrivo, diventa l'emblema dell'esperienza in sé del movimento, un inno al senso più profondo del viaggiare. Di cui vanno anche raccolti gli scarti rispetto agli esiti desiderati, i fallimenti, le rinunce, le tragedie o semplicemente l'impossibilità di creare l'immagine anelata (la vetta come il ritorno). Ma il fascino del viaggio in terre lontane ed estreme può diventare anche esplicito strumento pubblicitario, come avvenne per le crociere africane e asiatiche organizzate dalla Citroën tra gli anni Venti e Trenta, in cui impresa umana e immagine prodotta risultano totalmente inscindibili. 

Altro tipo di rapporto con l'ambiente è quello rintracciabile negli home movie girati durante vacanze familiari: Gustav Deutsch rilegge anonimi materiali degli anni Cinquanta e Sessanta, proponendo un interessante catalogo sullo sguardo amatoriale nel suo tentativo di catturare luoghi – in questo caso quelli deputati al turismo – e conservare ricordi. 

Il viaggio come incontro con mondi e culture "altre", avvicinamento e scoperta di se stessi, è il tema infine di alcune opere in cui il dialogo con l'ambiente è costruito sulla base della consapevolezza che il movimento non è prerogativa di chi ha in mano la cinepresa. La documentazione di Ulrike Koch sulla migrazione dei pastori nomadi tibetani verso i grandi laghi salati dell'altopiano dell'Himalaya, omaggio ad una dimensione sacrale del viaggio, la contemplazione di paesaggi naturali e presenze animali di Bill Viola, le riflessioni di Chris Marker a partire dai "due poli estremi della sopravvivenza" – il Giappone e l'Africa – o ancora lo sguardo incrociato proposto in un altro lavoro di Deutsch (che accosta le sue immagini di austriaco in Marocco a quelle di un marocchino in Austria), suggeriscono modalità del viaggiare basate sul dialogo, il confronto, la meditazione: osservare il movimento della natura e di chi la abita, con rispetto ed esitazione, conduce ad un movimento di coscienza, ad una produzione di pensiero, ad una attivazione di memorie. Il rapporto con un luogo non si instaura più attraverso l'appropriazione topografica e culturale, ma attraverso una valorizzazione delle differenze, il mantenimento di una soggettività e una comprensione storica. Il viaggio come scoperta e avventura appartiene forse solo più alla mitologia e alla nostalgia, così come le stesse condizioni di produzione e consumo di immagini risultano profondamente trasformate rispetto alle epoche qui evocate. Le potenzialità conoscitive del viaggio, e quindi delle immagini mutuate da esso, vengono allora affidate, più che ad un movimento nello spazio guidato da uno sguardo allupato in cerca del puro e dell'incontaminato, ad una capacità di stare in un qualsiasi luogo differente, di lasciar parlare e assorbire questa alterità, rintracciandone anche le motivazioni storiche e accogliendo la dimensione del ricordo che quel luogo può sprigionare in chi prova ad avvicinarlo.

Progetto Food on Film
Food on Film
Partners
Slow Food
Associazione Cinemambiente
Cezam
Innsbruck nature film festival
mobilEvent
In collaborazione con
Interfilm
UNISG - University of Gastronomic Sciences

Funded by the European Union. Views and opinions expressed are however those of the author(s) only and do not necessarily reflect those of the European Union or the Creative Europe Media Program. Neither the European Union nor the granting authority can be held responsible for them.