Alambrado

Diretto da

Eva e Juan sono gli abulici figli di Harvey Logan, un inglese che ce l'ha col mondo intero e che vive in una zona desertica a pochi chilometri dallo stretto di Magellano. Un giorno giunge da Londra un connazionale, Wilson, col preciso intento di convincerlo a vendere la sua terra ad una multinazionale. Ma ben presto si accorge che da Logan sarà difficile ottenere qualcosa. Tutto, in quell'ambiente attraversato da raffiche violentissime di vento, appare inospitale e come bloccato. Poi gli eventi precipitano: Logan muore d'infarto e Wilson viene ucciso da Juan, geloso della simpatia dimostratagli da Eva. Niente sarà più come prima.

Genere
Finzione
Paese
Italia, Argentina
Anno
1991
Durata
90'
Produttore
Roberto Cicutto, Vincenzo De Leo
Casa di produzione
Aura Film, Oscar Kramer, RAI3
Lingue
Spagnolo
Interprete
Jacqueline Lustig
Approfondimento

A proposito di Alambrado

È una giornata senza vento la protagonista dell'epilogo di Alambrado, intensa opera prima di Marco Bechis, classe 1958 nato a Santiago del Cile di madre svizzero-francese e padre italiano, per svariati lustri argentino d'adozione, quindi cacciato da Buenos Aires per ragioni politiche e approdato a Milano dove cominció ad occuparsi di cinema. Sono rare le giornate senza vento in Patagonia e quando capitano sono dolori. La tradizione superstiziosa vuole che non si esca in quei giorni, che non si faccia nulla più del necessario, addirittura se possibile - niente di niente. In attesa che ritorni il vento. Che le raffiche, mediamente attestate sui 150 Km/h riprendano ad avvolgere uomini e cose. Il silenzio, per chi è abituato al rumore del vento, fa paura, incute timori atavici. La prima immagine del film mostra un recinto, dove fratello e sorella giocano incestuosamente agli amanti. A dir la verità è Eva a condurre l'annoiato svago. Juan soffre di grossi problemi comunicativi: guarda quando può (nell'unico hotel in città) un quiz televisivo a cui vorrebbe partecipare. È preparato: conosce a memoria tutti i nomi della dinastia biblica e, timidamente, qualcuno (e forse lui stesso) ha inviato domanda di partecipazione. Eva (l'inedita, brava e attraente Jacqueline Lustig) è più aristocratica: ascolta i corsi di lingue attraverso nastri registrati, soprattutto il francese, e vorrebbe scappare a Parigi. L'arrivo di Wilson, che in quell'angolo dimenticato da Dio e dagli uomini rappresenta la vecchia Europa con il suo carico di avidità e cinismo, è la miccia che farà esplodere fantasie e rancori.

A metà della storia, Logan, per un attimo, ha la certezza di rivedere la moglie, morta da anni, nell'abitudinario saluto mattutino. Un presagio. Indispettito dell'arrivo dell'altro inglese, il burbero Harvey comincia furiosamente a recintare la sua proprietà: una landa desolante e infinita. Costringe i figli a seguirlo in quest'avventura senza ritorno. Ai confini del mondo, i confini stessi si confondono, anzi non esistono proprio. Il prezzo da pagare è la morte del vecchio, una morte catartica che libera i ragazzi. II "giorno del giudizio" è preparato da Bechis magistralmente. L'assenza di musica (la musica è il vento) crea a poco a poco un'atmosfera horror (e forse non è un caso che Alambrado ricordi, a volte, Riflessi sulla pelle di Philip Ridley ed anche Falò di Murer: sguardi glaciali ed agghiaccianti di adolescenze che sopravvivono al vuoto impadronendosene; giochi di morte allo specchio, nell'ostilità di spazi incubo).

Eva fa precipitare il camion del padre nella scarpata facendolo seguire dal corpo. Gli attimi si fanno concitati. Juan prepara la trappola fatale a Wilson, il quale, spensierato, si accinge a caricare sulla jeep presa a noleggio Eva per aiutarla ad andarsene. Un robusto filo di ferro è posto in mezzo alla strada. Wilson viene decapitato. II prete del paese - solitamente sorpreso ad accompagnare la propria moto senza benzina - è il primo ad accorrere sul luogo del delitto: benedice quel che rimane da benedire. La follia ha preso il soprav(vento).

Alambrado, il recinto. Un recinto metaforico che spietatamente esige sacrifici. Come da Jeanne Moreau in Fino alla fine del mondo, che si presta agli esperimenti del marito, in un'altra dimensione lontana dalla pazza folla. O da Herzog l'estremista perennemente alla ricerca della luce perduta, che girava Grido di pietra lì vicino, mentre Bechis "recintava" il primo film-sogno.

(Aldo Fittante, "Segnocinema" n°56, 1992)

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